30.10.14

Taylor Swift - 1989 [recensione]


Quando si parla di musica country uno pensa subito ad una fattoria in legno, delle mucche in un recinto e qualcuno che suona il banjo con un cappello da cowboy in testa ed una spiga in bocca. In realtà non è proprio così; nel senso che (correggetemi se sbaglio) la differenza tra musica country e pop sta essenzialmente nel fatto che il primo utilizza strumenti acustici tipo pianoforte, chitarra, violini e roba simile, mentre il secondo si avvale anche di strumenti elettronici tipo il sintetizzatore. Per il resto direi che si può fare musica country anche senza indossare camice a quadri e andare ai rodei e quindi quando vi dico che Tayor Swift ha all'attivo la canzone country più venduta della storia (Love Story), non immaginatevela come una che è appena scesa dal toro meccanico, con gli speroni ancora ai piedi, perché le sue sono canzoni country dall'anima decisamente pop e forse proprio per questo ha vinto 7 Grammy. Suona però abbastanza bizzarro che proprio un'artista country decida di svoltare la sua carriera passando dichiaratamente al pop e inconsciamente salvi le sorti della musica americana, ormai da troppo tempo pericolosamente incastrata in un electro/dance/pop di bassissima qualità.
Il nuovo disco di Taylor Swift abbandona il country e diventa un album pop estremamente colto e raffinato, che prende spunto dagli anni '80 e li rielabora in chiave moderna. Datemi pure del pazzo, ma senza troppi giri di parole vi dico che è un disco assolutamente pazzesco. Capisco perfettamente le remore che si possono avere: "Taylor Swift chi? Quella che fa canzoncine da teenager brufolose? La vera musica pop è un'altra e oltretutto nel disco non c'è neanche un pezzo tamarro da ballare in discoteca!". Ok, avete ragione e in parte condivido l'imbarazzo che si può provare nel dire "Io ascolto Taylor Swift", ma messi da parte i pregiudizi, questo 1989 è uno dei migliori dischi degli ultimi anni. Non so se avete mai sentito nominare la canzone "...Baby One More Time", ecco fu Max Martin nel 1989 a produrla e per chi non lo conoscesse, lui è tipo un guru nel campo della musica pop e oggi quello stesso Martin lo ritroviamo in splendida forma, in quasi tutte le tracce di questo disco ed il capolavoro è servito.
Taylor Swift rischia tutto e dimostra che si può ancora sperimentare e soprattutto che si può fare ottimo pop anche senza scadere nell'ormai abusato dance/pop. Il beat coattissimo di Will.I.Am sembra finalmente un ricordo. Le altre cantati pop sono avvisate: se volete rimanere in pista dovrete aggiornarvi e questa volta è stata Taylor Swift con i suoi venticinque anni e la faccia da stronza a dettare la moda.

Welcome to New York. Da brava ragazza di campagna, il sogno di Taylor Swift è sempre stato quello di andare a vivere in una grande città come NYC e finalmente adesso si è trasferita e ha comprato un appartamentino da 20 milioni di dollari. Giusto perché aveva paura di fare la parte della poveraccia se ne spendeva di meno. Comunque ormai è diventata ufficialmente newyorkese e ha scritto questa canzone forse un pelo troppo piena di stereotipi, ma che con la giusta base synth-pop, che quasi strizza l'occhio alla migliore Robyn, diventa una vera bomba. Da notare il riferimento alla comunità LGBT quando dice che a New York sei libero di amare chi vuoi: qualche allusione al fatto che si è trovata in bocca un pelo della gatta di Lorde? ★★
Blank Space. Canzone d'amore perfettamente pop, in bilico tra Pink e Katy Perry. Funziona alla grande. ★★
Style. Taylor Swift è stata fidanzata con Harry Style degli One Direction e questa canzone che si chiama proprio "Style". Tutto fa pensare che sia stata scritta per lui. Comunque della loro storiella d'amore adolescenziale non ce ne frega un cazzo, soprattutto perché questa traccia pazzesca ricorda la stupenda colonna sonora di Drive, che poi esplode in un ipnotico ritornello. Capolavoro. ★★
Out of the Woods. Riferimenti anni '80 per questa canzone che potrebbe tranquillamente stare in un disco dei Chvrches senza sfigurare. Una delle mie preferite.  ★★
All You Had to Do Was Stay. Magari sto impazzendo, ma io ci trovo un po' di Annie Lennox in questa All You Had to Do Was Stay★★
Shake It Off. Possiamo fare gli spocchiosi quanto ci pare, ma Shake It Off è un pezzo pop perfetto e per quanto sia dichiaratamente scemo, ti entra dentro e ti costringe a scuotere il culo peggio di Niki Minaj. Tra parentesi, il video è perfino divertente, ma Taylor Swift proprio non ce la fa a risultare anche simpatica. Ciao Taylor cancellami da Twitter come fai con tutti quelli che ti fanno incazzare. ★★
I Wish You Would. Ancora un pezzo synth-pop con una struttura molto solida e che magari ce ne fossero di canzoni così! ★★
Bad Blood. Pezzo dedicato a Katy Perry e tipo che ogni volta che Taylor Swift litiga con qualcuno, come prima cosa lo cancella da Twitter e poi ci scrive una canzone per sputtanarlo. È stato così per Selena Gomez alla quale ha dedicato praticamente tutto un album pieno zeppo di odio, solo perché quella poveraccia s'era fidanzata con Justin Bieber e a Taylor sta terribilmente sul cazzo Justin Bieber e stavolta è il turno di Katy Perry, che non ho capito per quale motivo hanno discusso, ma è subito corsa a casa a scrivere una canzone contro di lei. Memorabile la strofa: "Mi hai chiesto scusa solo per lo Show". Promemoria: non litigare mai con Taylor Swift. ★★
Wildest Dreams. Primo passo falso del disco, nel senso che Wildest Dreams ricorda troppo una canzone a caso di Lana Del Rey e, anche se Taylor non fa la voce finta depressa tipica della Del Ray, il risultato è proprio poco convincente. ★★
How You Get the Girl. Si abbandonano le atmosfere elettroniche per tornare quasi alle origini country. Tutto funziona bene, ma sa di sentito mille volte. ★★
This Love. La traccia più romantica del disco, di quelle che mi immagino i pomeriggi d'inverno ad ascoltarla sdraiato sul letto e con le lacrime che scendono sulle guance. Ricorda vagamente I Miss You di Beyoncé, ma è cento volte più noiosa. ★★
I Know Places. Pezzo katyperriano che non aggiunge nulla di interessante al disco, ma che comunque si lascia ascoltare. ★★
Clean. Ultima traccia dell'album e per l'occasione Taylor collabora con Imogen Heap, famosa per la canzone Hide and Seek, ma anche per esser stata la voce femminile del gruppo Frou Frou. ★★
Wonderland. Edizione deluxe arricchita da tre tracce e sembra proprio che la Taylor abbia voluto mettere tracce interessantissime e non fare le solite cose riempitive con gli scarti di dieci anni fa. ★★
You R in Love. Suona quasi come un indie pop questa You R Love e funziona benissimo. ★★
New Romantics. Ultimo pezzo e questa volta siamo giunti veramente alla fine del disco e ancora una volta abbiamo una traccia prodotta da Max Martin e ancora una volta è una buonissima traccia. Brava Taylor, bravi tutti. Voglio ascoltare questo disco per sempre. ★★

27.10.14

Boyhood [recensione]


C'è stato un momento nella vita di ognuno di noi, durante il quale siamo stati inguardabili, con il naso grosso, il fisico a stecchino o ciccioni come palloni, sempre arrabbiati con il mondo, silenziosi e alla ricerca di qualcuno che ci capisse veramente e quel periodo si chiama adolescenza e inutile negarlo: ci siamo passati tutti. La bella notizia e che dall'adolescenza si esce abbastanza velocemente, la brutta è che spesso quello che viene dopo è anche peggio dei brufoli in faccia il giorno del primo appuntamento.
Il nuovo film di Richard Linklater, parla proprio di questo: del trascorrere del tempo e poco importa se il film dura due ore e mezza e non succede praticamente nulla per tutto il tempo, perché questo "nulla" è lo specchio della nostra vita. Giorno dopo giorno, che si ripete per tutta la nostra esistenza.
L'argomento era stato già in parte affrontato in quei tre piccoli capolavori che sono Before Sunrise, Before Sunset e Before Midnight, che uno magari pensa che sono stati dei semplici film romantici, dove il primo ha ottenuto molto successo e di seguito hanno fatto gli altri come fossero uno Scuola di Polizia qualunque e invece il progetto è molto più ambizioso e vuole raccontare l'umanità senza filtri, come se i due protagonisti non fossero due attori, ma due persone comuni che a distanza di molti anni si ritrovano e raccontano nuovamente la loro storia e con essa lo scorrere del tempo. Boyhood riprende quest'idea, portandola al livello successivo e aggiudicandosi a mio parere il titolo di capolavoro, perché l'intero film è iniziato nel 2002 e si è concluso nel 2014 e in questo lasso di tempo il regista ha riunito di anno in anno l'intera troup e gli attori e tutti, per far sì che la macchina da presa cogliesse le trasformazioni fisiche dei protagonisti e raccontasse realmente la loro storia immersa in quel determinato tempo. Una sorta di cinema d'autore che incontra il reality show e che mostra ad esempio l'invecchiamento di Patricia Arquette, che ingrassa ogni anno di più fino a diventare larga come una caldaia (ma se seguivate il telefilm Medium, questo lo sapevate già) e poi c'è Ethan Hawke che pure lui si invecchia senza bisogno di usare trucco o artifici di vario genere, ma la trasformazione più interessante è ovviamente quella del bambino protagonista, che cresce fino a diventare diciannovenne. Poi vabbè, standing ovation per la sorella del bambino, ché in dodici anni di vita non ha azzeccato un taglio di capelli e credo che neanche li abbia mai lavati. Da antologia la scena in cui canta tutta una strofa di Oops!... I Did it Again, a dimostrazione del fatto che nel bene o nel male Britney Spears ha segnato un'intera generazione e c'è l'attesa per l'uscita del nuovo libro di Harry Potter e perfino la colonna sonora contribuisce a raccontare gli anni che scorrono, iniziando con la Yellow dei Coldplay e finendo con Deep Blue degli Arcade Fire e tutto è spontaneo e ogni dettaglio racconta il passare del tempo.
Boyhood è un film di innegabile originalità, che racconta una storia, ma soprattutto ci pone d'innanzi ad uno specchio per puntare su di noi l'obiettivo e farci riflettere sul nostro ruolo di figli, genitori, fratelli o sorelle.
Sento puzza di un meritatissimo Oscar e correte a vederlo subito, perché come spesso purtroppo accade, i film di questo tipo rimangono in sala il tempo di uno starnuto, per permettere ai blockbuster tipo Guardiani della Galassia, di riempire le casse.

21.10.14

Film horror da vedere ad Halloween: Session 9


Tutti concordi nel dire che Halloween è una ricorrenza che proprio non ci appartiene e che oltretutto come viene festeggiata qui in Italia è veramente una farsa epica; eppure quest'atmosfera un po' di terrore un po' di esotico ci ha sempre affascinato, tanto da far nostra quest'usanza delle zucche arancioni con le facce intagliate. Per questo motivo mi viene voglia di segnalare qualche film horror non particolarmente conosciuto, ma che vale la pena di ritirare fuori e magari vedere proprio durante la così detta notte delle streghe. Sempre che non dobbiate andare a qualche festa in maschera e in questo caso fatemi (e fatevi) il favore di rispettare le regole dettate nel film Mean Girls: vestire come una troia e non da mostri.
Session 9 è un film del 2001 che non ebbe particolare successo e la storia è quella di una ditta di bonifica che deve smantellare l'amianto contenuto in un vecchio manicomio abbandonato e basta, punto fine. Tutto il film si svolge attorno a questi operai che entrano nel manicomio e non succede proprio niente per 100 minuti e la cosa più bella è che questo niente è veramente inquietante. Intendiamoci, se vi piacciono i film con i mostri e gli squartamenti e la ragazza tettona che si nasconde al piano di sopra e poi viene ovviamente fatta a pezzi in un mare di sangue e urla, allora lasciate proprio perdere, perché questo Session 9 è tutto l'opposto e si ispira alla follia di Shining e sfrutta il terrore provato dai protagonisti come accadeva in The Blair Witch Project e richiama le atmosfere veramente orrifiche ricreate nella serie tv The Kingdom e il risultato è un mix che per alcuni sembrerà lento fino allo sfinimento, ma che secondo me funziona alla perfezione.
Session 9 è stato realizzato con un budget veramente basso e tipo che non ci sono effetti speciali, ma tutto ruota attorno ai cinque attori e alle atmosfere terrificanti del manicomio che diventa anch'esso protagonista e bisogna dire un bravo al regista Brad Anderson, che è quello che ci ha regalato capolavori assurdi come L'Uomo Senza Sonno e trashate pazzesche come The Call, quel film con Halle Berry che fa la centralinista e risponde alla chiamata di una ragazza che è stata rapita e... ma veramente sto parlando di Halle Berry? Quella di Catwoman???
Tra i cinque attori di Session 9 troviamo Peter Mullan, che è quel signore bravo con i capelli bianchi che ha fatto My Name Is Joe e poi c'è il detective Horatio di CSI ed a tirare su il livello di figaggine ci pensa un certo Josh Lucas, che ha fatto una marea di film, ma che sotto sotto rimane un pincopallino qualunque con un bel viso e un bel fisico.
Session 9 è un film controverso, che ti entra nelle ossa e ti spaventano per le atmosfere e non di certo perché ci sono quelle scene dove c'è silenzio e poi spunta all'improvviso uno da dietro l'angolo che fa "Bu!!!". Io i film così non li sopporto. Ti credo che mi spavento se mi urli all'improvviso. A questo punto tiratemi addosso anche una scatola de ragni e poi vedete come scappo urlando. Ma i buoni film di paura si fanno con le atmosfere che ti costringono a tornare a casa e accendere tutte le luci per controllare che non ci sia nessuno dietro le porte e non certo con gli spaventi facili e i "Bu!" quando meno te lo aspetti.

16.10.14

True Detective [recensione]


Quando il cinema è a corto di idee e continua a contorcersi su se stesso con sequel, remake e sceneggiature di poco conto, arriva la televisione a sforare capolavori ed è interessante notare come attori famosissimi e affermati, non abbiano paura di mettersi in gioco anche sul piccolo schermo, da molti considerato la serie B dell'intrattenimento. I due protagonisti in questione sono Woody Harrelson, famoso tra le altre cose per il film Assassini Nati di Oliver Stone e per Larry Flint dove per poco non vinceva l'Oscar, ma anche per il più recente Hunger Games dove ha un ruolo marginale ma inteso e poi c'è Matthew McConaughey, che fino a ieri girava commedie romantiche e si faceva fotografare sulle spiagge della California con i bermuda floreali, i capelli biondi e un petto grande come il parcheggio di un supermercato e che invece adesso gli è presa a fare solo ruoli drammatici dove quasi non lo riconosci, ché ha perso tipo quaranta chili e ha il viso scavato e non è neanche più biondo e dio solo sa quanto piacciono queste trasformazioni agli americani, che subito hanno lucidato una statuina d'oro e glie l'hanno consegnata per il suo ruolo in Dallas Buyers Club.
True Detective è quindi interpretato da due superstar hollywoodiane e con i suoi 8 episodi in un certo senso riscrive le regole delle serie tv: in primo luogo perché ogni stagione inizia e si conclude come fosse un'opera a sé (ma questo lo avevamo già visto nel noiosissimo American Horror Story, che ogni volta racconta una storia differente e sempre più inutile) e un po' perché più che raccontare una vicenda vera e propria, descrive i caratteri dei due personaggi. Intendiamoci, la storia principale è quella del serial killer e delle sue pulsioni pedofile e loro sono i detective chiamati a risolvere il caso, ma mentre le indagini vanno avanti, ti accorgi che scoprire chi è l'assassino ha perso d'importanza, perché stai assistendo ad una storia ben più grande. Non so se il paragone sia azzardato, ma True Detective mi ricorda quel capolavoro di Twin Peaks, dove l'assassinio di Laura Palmer lentamente scivola sullo sfondo e si mettono a fuoco le vicende dell'intera cittadina.
I primi tre episodi di True Detective scorrono un po' lenti e descrittivi, ma è con il quarto episodio che avviane la svolta definitiva e si aggiudica da parte mia il titolo di capolavoro; con i sei minuti di piano sequenza che lasciano lo spettatore incollato al televisore come se stessi giocando ad un videogioco e fossi tu a decidere il destino dei due personaggi e improvvisamente la storia viene smontata e rimontata, creando il primo grande colpo di scena ed è lì che ti accorgi che quei personaggi non sono né buoni, né cattivi, ma semplicemente il frutto della società in cui vivono e delle storie con le quali sono entrati in contatto.
True Detective è un racconto intenso e appassionante, fatto di silenzi, psicologia, paesaggi mozzafiato e sequenze claustrofobiche; è un telefilm che in alcuni momenti vorresti durasse tanto quanto Beautiful e invece sai già che dopo otto avvincenti puntate si chiuderà per sempre. Matthew McConaughey, Woody Harrelson e tutti gli altri attori hanno fatto un lavoro eccezionale, ma anche il trucco, le musiche, la regia... è tutto curato nei minimi dettagli come fosse un film per il grande cinema e questo fa di True Detective un piccolo capolavoro per la televisione e mi ci gioco una palla che sarà Matthew McConaughey ad alzare in aria iun Emmy (nel caso perdessi la scommessa, mi confermate che si vive bene anche con una palla sola?). Dopo il successo di critica e pubblico la HBO ha annunciato la seconda stagione con Colin Farrel e Vince Vaughn come protagonisti e una nuova storia tutta da scoprire. Mantenere lo stesso livello, sarà sicuramente una grandissima sfida. 

Maze Runner - Il labirinto [recensione]


Nel 1997 usciva il controverso film Cube - Il Cubo e la storia era quella di un gruppo di ragazzi che si risveglia all'interno di un enorme cubo fatto di migliaia di stanze e devono capire per quale motivo son finiti lì dentro e trovare il modo di uscirne vivi. Il film era piuttosto fico, vinse una manciata di premi e ne fecero perfino due seguiti abbastanza carini pure quelli. Quasi vent'anni dopo arriva nelle sale cinematografiche questo Maze Runner e che sfrutta praticamente la stessa idea di partenza e quindi vediamo un gruppo di giovanotti che si risveglia all'interno di un labirinto (anziché il cubo) e insieme devono capire per qual emotivo sono stati messi lì dentro e come fare per uscirne vivi.
Le premesse iniziali sono piuttosto buone, anche se come dimostrato sfruttano un'idea assai poco originali, ma comunque per quasi metà film riescono a catalizzare la mia attenzione e il mio interesse; poi però va tutto a puttane. Nel senso che questi ragazzini sembrano tutti mezzi deficienti e vivono all'interno di questa radura senza fare assolutamente nulla e ad un certo punto arriva questo Thomas che sconvolge tutti gli equilibri e tu pensi "Diosanto, cosa avrà fatto mai? Quali idee geniali avrà portato all'interno nel gruppo?" e invece niente, semplicemente entra nel labirinto e uccidere uno dei mostri e trova la strada per uscire in un modo così semplice che ti domandi che cazzo abbiano fatto per tre anni tutti gli altri ragazzi, dato che oltretutto non avevano neanche una donna da trombare e a quanto pare non si sono buttati nelle orge gay; che io invece avrei fatto dopo la prima settimana di noia passata a coltivare cetrioli e star seduto a guardare le alte pareti del labirinto.
Insomma, il film aveva del potenziale, ma è stato mandato in vacca da una sceneggiatura poco elaborata e l'inesperienza del regista; un certo Wes Ball che fino a ieri faceva effetti speciali e che per non si sa quale botta di culo si è trovato a dirigere questo film e voglio dire: ma voi avreste dato un blockbuster del genere in mano a uno che ha il Wikipedia di due righe? DUE!
Pochissime le spiegazioni sulla società esterna che studia questi ragazzi chiusi dentro il labirinto, zero evoluzione dei sentimenti, nessuna empatia con i protagonisti se non fosse per un povero bambino cicciottello che è l'unico al quale lo spettatore un pochino si affeziona, nessuna storia d'amore (questo forse è un bene), scene notturne confusionarie nelle quali non si capisce nulla e un labirinto che si risolve più facilmente di quelli de La Settimana Enigmistica. Un'occasione buttata nel cesso anche se gli incassi al botteghino stanno andando decisamente bene e hanno convinto la 20th Century Fox ad acquistare i diritti anche per il secondo libro, perché sì: pure questo Maze Runner è tratto da un romanzo (composto da quattro volumi) proprio come i vari Divergent, The Giver e Hunger Games; ma ancora una volta il film con Jennifer Lawrence si dimostra irraggiungibile per la sua qualità, la sua sceneggiatura avvincente e le trovate registiche che portano tutta la narrazione ad un livello che questi altri si sognano proprio.

10.10.14

Fratelli Unici [recensione]


Il cinema italiano non ci riserva mai grandi sorprese e sarà per la paura di percorrere nuove strade e sarà per la mancanza di idee e sarà per quello che vi pare, ma comunque raramente vengono fuori cose degne di nota. In questo piattume generale si inserisce alla perfezione la nuova commedia di Alessio Maria Federici, che per intenderci è quello di Lezioni di Cioccolato 2 e Stai lontano da me e se non avevo ancora mai visto un suo film, probabilmente c'era un motivo.
Per l'occasione scelgono come protagonisti i due bellocchi Luca Argentero e Raoul Bova e gli mettono come spalla le occhiaie di Carolina Crescentini e una delle poche Miss Italia che nella vita ha fatto qualche altra cosa oltre alle pubblicità della Rocchetta. Attorno costruiscono su una storia piena di banalità e stereotipi del tipo: ragazzo macho senza sentimenti che colleziona scopate e ragazza sognatrice che aspetta il vero amore e non c'è neanche bisogno che dica come andrà a finire tra i due. Ma la vera idea del film è quella di Raoul Bova che perde la memoria dopo un incidente stradale; idea che ricorda non poco un episodio a caso del telefilm Samantha Chi? (il quale fu cancellato dopo la seconda stagione e questo la dice lunga su quanto fosse vincente) e il film di Gondry Se Mi Lasci Ti Cancello, ma mi denuncerei da solo per aver fatto questo paragone, perché il film con Jim Carrey e Kate Winslet era veramente splendido e questo invece... ecco, diciamo che potete affrontarlo in due modi: entrare in sala privi di aspettative, sapendo che è una commedia scema senza pretese e che va vista scollegando il cervello come fosse un episodio di Uomini O Donne, oppure guardarlo sperando di farsi due risate e magare tornare a casa arricchito. Nel primo caso vi piacerà, nel secondo invece... spero per voi siate entrati con un biglietto omaggio.
E comunque tra i due, io sceglierei Raoul Bova.

2.10.14

Lucy [recensione]


Si dice che l'uomo utilizzi solo il 10% delle proprie capacità celebrali, ma cosa accadrebbe se fossimo in grado di utilizzare il 100%? Da questa premessa nasce il nuovo film di Luc Besson e io lo capisco che stiamo parlando di fantascienza e finzione, ma è bene specificare che questa storia del 10% è una leggenda metropolitana smentita dalla scienza. Se fosse vero infatti, significherebbe che il restante 90% di cervello potrebbe subire danni senza nessun effetto collaterale e invece qualunque danno produce gravi conseguenze. Poi ci sono gli studi termografici che dimostrano che perfino durante il sonno tutte le parti di cervello sono attive e ok, lo so che tutto questo sproloquio scientifico è inadeguato, ma è giusto sottolineare che il film di Luc Besson parte da una premessa falsa. Altrimenti poi uscite dal cinema e provate a spostare gli oggetti con il pensiero. Ecco, no.
Una volta assodata questa cosa, vi dico che Luc Besson prova a confezionare un film ambiziosissimo, che sembra una via di mezzo tra una puntata di Superquark e Matrix. Dal primo ruba le spiegazioni sull'evoluzione e i filmati dei leoni nella savana (i leoni non mancano mai in Superquark); dal secondo sottrae l'idea dell'eletto che acquisisce sempre più poteri fino a diventare "ovunque" e mi viene in mente la celebre frase: "Matrix è ovunque". I fratelli Wachowski ci erano arrivati quindici anni prima di Luc Besson. C'è perfino una scena in una stanza completamente bianca con le persone sedute sulle poltrone e voglio dire, Sig. Besson, ma crede veramente che non siamo capaci di fare uno più uno e accorgerci che ha fatto copia e incolla?
Insomma, il film avrebbe avuto un potenziale molto alto, ma si perde in spiegazioni senza senso che nessuno capisce e che forse non ha capito neanche Luc Besson e un finale frettoloso che sembra tagliato con una forbice e io lo so che per moltissimi anni i fatidici 90 minuti sono stati il tempo ideale per l'intrattenimento cinematografico e c'è persino una frase di Alfred Hitchcock che dice: "È sconveniente che un film duri più del tempo medio di riempimento di una vescica", ma questo è uno dei pochissimi casi in cui una sceneggiatura più ricca e una durata maggiore avrebbe semplicemente giovato alla storia e invece chi sa per quale motivo hanno preferito chiuderlo in fretta e furia e farlo durare quanto La Sirenetta.
Che poi, un tempo Besson era quello che lanciava attrici semi sconosciute e le faceva diventare icone ed è stato così per Nikita o Léon con la piccolissima Natalie Portman o Il Quinto Elemento e Giovanna d'Arco che hanno lanciato Milla Jovovich, ma questa volta a Luc Besson gli piace vincere facile e si limita a prendere come protagonista una delle attrici hollywoodiane più bone e quotate, la butta davanti all'obiettivo e il film è fatto. Poco importa se tutto attorno nulla funziona o se lei ha la faccia da pesce lesso, perché siamo seri: con quelle chiappe conta veramente l'espressione del viso?
Anche i grandi geni arrivati ad un certo punto della loro carriera perdono "il tocco", eppure gli sarebbe bastato usare anche solo il 10% delle sue capacità celebrali, per capire che il film faceva acqua da tutte le parti...