21.10.14

Film horror da vedere ad Halloween: Session 9


Tutti concordi nel dire che Halloween è una ricorrenza che proprio non ci appartiene e che oltretutto come viene festeggiata qui in Italia è veramente una farsa epica; eppure quest'atmosfera un po' di terrore un po' di esotico ci ha sempre affascinato, tanto da far nostra quest'usanza delle zucche arancioni con le facce intagliate. Per questo motivo mi viene voglia di segnalare qualche film horror non particolarmente conosciuto, ma che vale la pena di ritirare fuori e magari vedere proprio durante la così detta notte delle streghe. Sempre che non dobbiate andare a qualche festa in maschera e in questo caso fatemi (e fatevi) il favore di rispettare le regole dettate nel film Mean Girls: vestire come una troia e non da mostri.
Session 9 è un film del 2001 che non ebbe particolare successo e la storia è quella di una ditta di bonifica che deve smantellare l'amianto contenuto in un vecchio manicomio abbandonato e basta, punto fine. Tutto il film si svolge attorno a questi operai che entrano nel manicomio e non succede proprio niente per 100 minuti e la cosa più bella è che questo niente è veramente inquietante. Intendiamoci, se vi piacciono i film con i mostri e gli squartamenti e la ragazza tettona che si nasconde al piano di sopra e poi viene ovviamente fatta a pezzi in un mare di sangue e urla, allora lasciate proprio perdere, perché questo Session 9 è tutto l'opposto e si ispira alla follia di Shining e sfrutta il terrore provato dai protagonisti come accadeva in The Blair Witch Project e richiama le atmosfere veramente orrifiche ricreate nella serie tv The Kingdom e il risultato è un mix che per alcuni sembrerà lento fino allo sfinimento, ma che secondo me funziona alla perfezione.
Session 9 è stato realizzato con un budget veramente basso e tipo che non ci sono effetti speciali, ma tutto ruota attorno ai cinque attori e alle atmosfere terrificanti del manicomio che diventa anch'esso protagonista e bisogna dire un bravo al regista Brad Anderson, che è quello che ci ha regalato capolavori assurdi come L'Uomo Senza Sonno e trashate pazzesche come The Call, quel film con Halle Berry che fa la centralinista e risponde alla chiamata di una ragazza che è stata rapita e... ma veramente sto parlando di Halle Berry? Quella di Catwoman???
Tra i cinque attori di Session 9 troviamo Peter Mullan, che è quel signore bravo con i capelli bianchi che ha fatto My Name Is Joe e poi c'è il detective Horatio di CSI ed a tirare su il livello di figaggine ci pensa un certo Josh Lucas, che ha fatto una marea di film, ma che sotto sotto rimane un pincopallino qualunque con un bel viso e un bel fisico.
Session 9 è un film controverso, che ti entra nelle ossa e ti spaventano per le atmosfere e non di certo perché ci sono quelle scene dove c'è silenzio e poi spunta all'improvviso uno da dietro l'angolo che fa "Bu!!!". Io i film così non li sopporto. Ti credo che mi spavento se mi urli all'improvviso. A questo punto tiratemi addosso anche una scatola de ragni e poi vedete come scappo urlando. Ma i buoni film di paura si fanno con le atmosfere che ti costringono a tornare a casa e accendere tutte le luci per controllare che non ci sia nessuno dietro le porte e non certo con gli spaventi facili e i "Bu!" quando meno te lo aspetti.

16.10.14

True Detective [recensione]


Quando il cinema è a corto di idee e continua a contorcersi su se stesso con sequel, remake e sceneggiature di poco conto, arriva la televisione a sforare capolavori ed è interessante notare come attori famosissimi e affermati, non abbiano paura di mettersi in gioco anche sul piccolo schermo, da molti considerato la serie B dell'intrattenimento. I due protagonisti in questione sono Woody Harrelson, famoso tra le altre cose per il film Assassini Nati di Oliver Stone e per Larry Flint dove per poco non vinceva l'Oscar, ma anche per il più recente Hunger Games dove ha un ruolo marginale ma inteso e poi c'è Matthew McConaughey, che fino a ieri girava commedie romantiche e si faceva fotografare sulle spiagge della California con i bermuda floreali, i capelli biondi e un petto grande come il parcheggio di un supermercato e che invece adesso gli è presa a fare solo ruoli drammatici dove quasi non lo riconosci, ché ha perso tipo quaranta chili e ha il viso scavato e non è neanche più biondo e dio solo sa quanto piacciono queste trasformazioni agli americani, che subito hanno lucidato una statuina d'oro e glie l'hanno consegnata per il suo ruolo in Dallas Buyers Club.
True Detective è quindi interpretato da due superstar hollywoodiane e con i suoi 8 episodi in un certo senso riscrive le regole delle serie tv: in primo luogo perché ogni stagione inizia e si conclude come fosse un'opera a sé (ma questo lo avevamo già visto nel noiosissimo American Horror Story, che ogni volta racconta una storia differente e sempre più inutile) e un po' perché più che raccontare una vicenda vera e propria, descrive i caratteri dei due personaggi. Intendiamoci, la storia principale è quella del serial killer e delle sue pulsioni pedofile e loro sono i detective chiamati a risolvere il caso, ma mentre le indagini vanno avanti, ti accorgi che scoprire chi è l'assassino ha perso d'importanza, perché stai assistendo ad una storia ben più grande. Non so se il paragone sia azzardato, ma True Detective mi ricorda quel capolavoro di Twin Peaks, dove l'assassinio di Laura Palmer lentamente scivola sullo sfondo e si mettono a fuoco le vicende dell'intera cittadina.
I primi tre episodi di True Detective scorrono un po' lenti e descrittivi, ma è con il quarto episodio che avviane la svolta definitiva e si aggiudica da parte mia il titolo di capolavoro; con i sei minuti di piano sequenza che lasciano lo spettatore incollato al televisore come se stessi giocando ad un videogioco e fossi tu a decidere il destino dei due personaggi e improvvisamente la storia viene smontata e rimontata, creando il primo grande colpo di scena ed è lì che ti accorgi che quei personaggi non sono né buoni, né cattivi, ma semplicemente il frutto della società in cui vivono e delle storie con le quali sono entrati in contatto.
True Detective è un racconto intenso e appassionante, fatto di silenzi, psicologia, paesaggi mozzafiato e sequenze claustrofobiche; è un telefilm che in alcuni momenti vorresti durasse tanto quanto Beautiful e invece sai già che dopo otto avvincenti puntate si chiuderà per sempre. Matthew McConaughey, Woody Harrelson e tutti gli altri attori hanno fatto un lavoro eccezionale, ma anche il trucco, le musiche, la regia... è tutto curato nei minimi dettagli come fosse un film per il grande cinema e questo fa di True Detective un piccolo capolavoro per la televisione e mi ci gioco una palla che sarà Matthew McConaughey ad alzare in aria iun Emmy (nel caso perdessi la scommessa, mi confermate che si vive bene anche con una palla sola?). Dopo il successo di critica e pubblico la HBO ha annunciato la seconda stagione con Colin Farrel e Vince Vaughn come protagonisti e una nuova storia tutta da scoprire. Mantenere lo stesso livello, sarà sicuramente una grandissima sfida. 

Maze Runner - Il labirinto [recensione]


Nel 1997 usciva il controverso film Cube - Il Cubo e la storia era quella di un gruppo di ragazzi che si risveglia all'interno di un enorme cubo fatto di migliaia di stanze e devono capire per quale motivo son finiti lì dentro e trovare il modo di uscirne vivi. Il film era piuttosto fico, vinse una manciata di premi e ne fecero perfino due seguiti abbastanza carini pure quelli. Quasi vent'anni dopo arriva nelle sale cinematografiche questo Maze Runner e che sfrutta praticamente la stessa idea di partenza e quindi vediamo un gruppo di giovanotti che si risveglia all'interno di un labirinto (anziché il cubo) e insieme devono capire per qual emotivo sono stati messi lì dentro e come fare per uscirne vivi.
Le premesse iniziali sono piuttosto buone, anche se come dimostrato sfruttano un'idea assai poco originali, ma comunque per quasi metà film riescono a catalizzare la mia attenzione e il mio interesse; poi però va tutto a puttane. Nel senso che questi ragazzini sembrano tutti mezzi deficienti e vivono all'interno di questa radura senza fare assolutamente nulla e ad un certo punto arriva questo Thomas che sconvolge tutti gli equilibri e tu pensi "Diosanto, cosa avrà fatto mai? Quali idee geniali avrà portato all'interno nel gruppo?" e invece niente, semplicemente entra nel labirinto e uccidere uno dei mostri e trova la strada per uscire in un modo così semplice che ti domandi che cazzo abbiano fatto per tre anni tutti gli altri ragazzi, dato che oltretutto non avevano neanche una donna da trombare e a quanto pare non si sono buttati nelle orge gay; che io invece avrei fatto dopo la prima settimana di noia passata a coltivare cetrioli e star seduto a guardare le alte pareti del labirinto.
Insomma, il film aveva del potenziale, ma è stato mandato in vacca da una sceneggiatura poco elaborata e l'inesperienza del regista; un certo Wes Ball che fino a ieri faceva effetti speciali e che per non si sa quale botta di culo si è trovato a dirigere questo film e voglio dire: ma voi avreste dato un blockbuster del genere in mano a uno che ha il Wikipedia di due righe? DUE!
Pochissime le spiegazioni sulla società esterna che studia questi ragazzi chiusi dentro il labirinto, zero evoluzione dei sentimenti, nessuna empatia con i protagonisti se non fosse per un povero bambino cicciottello che è l'unico al quale lo spettatore un pochino si affeziona, nessuna storia d'amore (questo forse è un bene), scene notturne confusionarie nelle quali non si capisce nulla e un labirinto che si risolve più facilmente di quelli de La Settimana Enigmistica. Un'occasione buttata nel cesso anche se gli incassi al botteghino stanno andando decisamente bene e hanno convinto la 20th Century Fox ad acquistare i diritti anche per il secondo libro, perché sì: pure questo Maze Runner è tratto da un romanzo (composto da quattro volumi) proprio come i vari Divergent, The Giver e Hunger Games; ma ancora una volta il film con Jennifer Lawrence si dimostra irraggiungibile per la sua qualità, la sua sceneggiatura avvincente e le trovate registiche che portano tutta la narrazione ad un livello che questi altri si sognano proprio.

10.10.14

Fratelli Unici [recensione]


Il cinema italiano non ci riserva mai grandi sorprese e sarà per la paura di percorrere nuove strade e sarà per la mancanza di idee e sarà per quello che vi pare, ma comunque raramente vengono fuori cose degne di nota. In questo piattume generale si inserisce alla perfezione la nuova commedia di Alessio Maria Federici, che per intenderci è quello di Lezioni di Cioccolato 2 e Stai lontano da me e se non avevo ancora mai visto un suo film, probabilmente c'era un motivo.
Per l'occasione scelgono come protagonisti i due bellocchi Luca Argentero e Raoul Bova e gli mettono come spalla le occhiaie di Carolina Crescentini e una delle poche Miss Italia che nella vita ha fatto qualche altra cosa oltre alle pubblicità della Rocchetta. Attorno costruiscono su una storia piena di banalità e stereotipi del tipo: ragazzo macho senza sentimenti che colleziona scopate e ragazza sognatrice che aspetta il vero amore e non c'è neanche bisogno che dica come andrà a finire tra i due. Ma la vera idea del film è quella di Raoul Bova che perde la memoria dopo un incidente stradale; idea che ricorda non poco un episodio a caso del telefilm Samantha Chi? (il quale fu cancellato dopo la seconda stagione e questo la dice lunga su quanto fosse vincente) e il film di Gondry Se Mi Lasci Ti Cancello, ma mi denuncerei da solo per aver fatto questo paragone, perché il film con Jim Carrey e Kate Winslet era veramente splendido e questo invece... ecco, diciamo che potete affrontarlo in due modi: entrare in sala privi di aspettative, sapendo che è una commedia scema senza pretese e che va vista scollegando il cervello come fosse un episodio di Uomini O Donne, oppure guardarlo sperando di farsi due risate e magare tornare a casa arricchito. Nel primo caso vi piacerà, nel secondo invece... spero per voi siate entrati con un biglietto omaggio.
E comunque tra i due, io sceglierei Raoul Bova.

2.10.14

Lucy [recensione]


Si dice che l'uomo utilizzi solo il 10% delle proprie capacità celebrali, ma cosa accadrebbe se fossimo in grado di utilizzare il 100%? Da questa premessa nasce il nuovo film di Luc Besson e io lo capisco che stiamo parlando di fantascienza e finzione, ma è bene specificare che questa storia del 10% è una leggenda metropolitana smentita dalla scienza. Se fosse vero infatti, significherebbe che il restante 90% di cervello potrebbe subire danni senza nessun effetto collaterale e invece qualunque danno produce gravi conseguenze. Poi ci sono gli studi termografici che dimostrano che perfino durante il sonno tutte le parti di cervello sono attive e ok, lo so che tutto questo sproloquio scientifico è inadeguato, ma è giusto sottolineare che il film di Luc Besson parte da una premessa falsa. Altrimenti poi uscite dal cinema e provate a spostare gli oggetti con il pensiero. Ecco, no.
Una volta assodata questa cosa, vi dico che Luc Besson prova a confezionare un film ambiziosissimo, che sembra una via di mezzo tra una puntata di Superquark e Matrix. Dal primo ruba le spiegazioni sull'evoluzione e i filmati dei leoni nella savana (i leoni non mancano mai in Superquark); dal secondo sottrae l'idea dell'eletto che acquisisce sempre più poteri fino a diventare "ovunque" e mi viene in mente la celebre frase: "Matrix è ovunque". I fratelli Wachowski ci erano arrivati quindici anni prima di Luc Besson. C'è perfino una scena in una stanza completamente bianca con le persone sedute sulle poltrone e voglio dire, Sig. Besson, ma crede veramente che non siamo capaci di fare uno più uno e accorgerci che ha fatto copia e incolla?
Insomma, il film avrebbe avuto un potenziale molto alto, ma si perde in spiegazioni senza senso che nessuno capisce e che forse non ha capito neanche Luc Besson e un finale frettoloso che sembra tagliato con una forbice e io lo so che per moltissimi anni i fatidici 90 minuti sono stati il tempo ideale per l'intrattenimento cinematografico e c'è persino una frase di Alfred Hitchcock che dice: "È sconveniente che un film duri più del tempo medio di riempimento di una vescica", ma questo è uno dei pochissimi casi in cui una sceneggiatura più ricca e una durata maggiore avrebbe semplicemente giovato alla storia e invece chi sa per quale motivo hanno preferito chiuderlo in fretta e furia e farlo durare quanto La Sirenetta.
Che poi, un tempo Besson era quello che lanciava attrici semi sconosciute e le faceva diventare icone ed è stato così per Nikita o Léon con la piccolissima Natalie Portman o Il Quinto Elemento e Giovanna d'Arco che hanno lanciato Milla Jovovich, ma questa volta a Luc Besson gli piace vincere facile e si limita a prendere come protagonista una delle attrici hollywoodiane più bone e quotate, la butta davanti all'obiettivo e il film è fatto. Poco importa se tutto attorno nulla funziona o se lei ha la faccia da pesce lesso, perché siamo seri: con quelle chiappe conta veramente l'espressione del viso?
Anche i grandi geni arrivati ad un certo punto della loro carriera perdono "il tocco", eppure gli sarebbe bastato usare anche solo il 10% delle sue capacità celebrali, per capire che il film faceva acqua da tutte le parti...

25.9.14

The Giver - Il Mondo di Jonas [recensione]


E niente, gli americani sono entrati in fissa con i film che parlano di futuri distopici e uscire fuori dal ruolo prestabilito che la società vuole assegnarti e su questo filone negli ultimi mesi sono usciti tipo cinque film tutti identici tra loro, ma nessuno è mai riuscito a raggiungere il livello decisamente alto di Hunger Games e c'è stato quell'orrido Divergent che non si discostava neanche per un secondo dalla sciocca e mal scritta storiella d'amore tra adolescenti tutti laccati, che fanno gli eroi da quattro soldi con lei che inizialmente è una pippa storica e dopo mezza giornata è diventa la leader e si scopa pure il più bono del gruppo e di prossima uscita c'è Il Labirinto, che si preannuncia essere un altro teen movie sullo stesso genere dei precedenti e in mezzo a questi è arrivato The Giver, ennesima trasposizione cinematografica di un libro diviso in quattro capitoli e bla bla bla e parliamoci seriamente: se avesi avuto 13 anni forse il film mi avrebbe pure colpito, ma di anni ne ho 35 e libri e film ne ho macinati parecchi e capisco perfettamente quando una storia è un collage di situazioni rubate a destra e a manca e praticamente lo scrittore Lois Lowry ha attinto senza neanche troppo pudore da George Orwell e da quel film capolavoro del 1998 che era Pleasentville, con la pellicola in bianco e nero che diventava a colori man mano che la società scopre emozioni nuove. (Pleasentville film da recuperare e vedere mille volte).
Come in Pleasentville, c'è questa società perfetta dove sono tutti assoggettati e privi di sentimenti e giustamente hanno preso come attori un ragazzino che sembra un modello di Abercrombie, ma con con una faccia decisamente noiosa e una roscetta così inutile che se potessi cambieresti canale e poi c'è la Joey Potter di Dawson's Creek, ché quella s'è fatta sei stagioni sempre con la stessa faccia che a malapena sbatteva le palpebre e non credo si sia sforzata poi tanto per interpretare la parte della mezza lobotomizzata e per il ruolo maschile c'è il vampiro Eric Northman, che nonostante sia sempre bello, pure lui è un altro di quelli che ha perennemente lo sguardo da "Che cazzo ci faccio io qui?" e poi, come un fulmine a ciel sereno c'è quel Dio sceso in terra di Meryl Streep, conciata con una parruccona grigia che sembra Cher, se Cher fosse vecchia. Peccato che il ruolo assegnatole non permetta particolari sfumature e tutto il suo talento sia quindi inespresso. Completamente senza senso invece la comparasata di Taylor Swift, la cantante country più antipatica della storia, che probabilmente l'hanno piazzata nel film solo per attirare qualche ragazzina cretina in più.
Insomma, un'occasione persa dopo l'altra, per un film che poteva essere non dico bello, ma quantomeno sufficiente e invece è venuta fuori una roba che mentre lo guardi ti sembra di averlo visto già un paio di volte. E non ti era neanche piaciuto tanto.

22.9.14

Ariana Grande - My Everything [recensione]


In Europa questa Ariana Grande ce la inculiamo un po' poco, ma negli States la stanno pompando peggio di un palloncino pieno d'elio e se l'America decide che devi diventare famoso, allora devi diventare famoso. Ariana inizia la sua carriera come attrice, recitando in una sit-com dove non è neanche la protagonista, ma presto le assegnano il ruolo principale nello spin-off della stessa serie, per poi farla fuori dopo solo una stagione. Rimasta senza lavoro, tocca trovarle qualcosa da fare e quindi decidono di raccoglierle i capelli con una coda alta e lanciarla nel mondo della musica e grazie al cielo la musica pop/dance sembra stia avendo un calo vertiginoso e la gente pare si sia rotta i coglioni dei bassi che pompano fino a sradicare le travi del soffitto e pare siano maturi i tempi per lanciare sul mercato una voce pura che strizza l'occhio a Mariah Carey e Whitney Houston. Nel 2013 Ariana uscirà con il disco Your Truly e questa sciacquetta di vent'anni con la coda alta esordisce direttamente alla numero uno della Billboard 200. La macchina da soldi è ormai attivata. La coda alta non glie l'hanno più tolta.
Il secondo disco My Everything ha probabilmente il compito di scrollarle di dosso il perenne paragone con Mariah Carey che, per quanto sia un paragone di tutto rispetto, in qualche modo la limita e la rende una copia sbiadita e quindi ecco arrivare mille collaborazioni che provano a tirarle fuori un po' di carattere: con alcune tracce si porta a casa il risultato, con altre continua a vivere all'ombra di Mariah e il disco finisce per essere una roba che scorre nelle cuffie senza infamia e senza lode. Ma in definitiva Ariana ha solo 21 anni, l'America la ama e son sicuro che ben presto scioglierà quella noiosissima coda e troverà da sola la sua strada. Alle brutte c'è sempre il marciapiede che l'aspetta.

Intro. Il disco si apre con una roba noiosa fatta di acuti e lamenti e tipo che se volevano allontanarla dal paragone con Mariah Carey, non è che ci sono riusciti poi tanto. ★★
Problem (Feat. Iggy Azalea). Ariana in coppia con Iggy Azalea, l'altra cantante che i produttori Americani stanno infilando ovunque peggio della vodka ad un addio al celibato, funziona alla grande: la canzone è una bomba e il genere urban si fonde perfettamente con il ritornello pop e macina soldi a palate. ★★

One Last Time. Lasciamo l'ambiente urban per entrare nella dance prodotta da David Guetta, ma per fortuna il rischio cafonaggine è sventato e quindi niente bassi che pompano neanche fossimo al Circuit di Barcellona, ma solo la voce di Ariana, che viene messa al centro della produzione. ★★
Why Try. Prodotta da Benny Blanco e Ryan Tedder (praticamente i due che hanno prodotto tutte le canzoni più famose di questi ultimi anni), il pezzo suona un po' troppo come uno scarto di Beyoncé, con la differenza che se davano questo pezzo a Beyoncé lei ci faceva cinque video e stava in classifica per due anni. ★★
Break Free (Feat. Zedd). Accoppiata che funziona benissimo quella tra il dj Zedd e la svampita Ariana, che insieme tira fuori un brano pop/dance ottimo e che non scade mai nel tamarro pur facendo pompare le casse. Con Lady Gaga Zedd non è riuscito ad ottenere lo stesso pregevole risultato. ★★

Best Mistake (Feat. Big Sean). Ariana che fa la cantante R&B e fa i featuring con i cantanti hip-hop fa veramente troppo Mariah Carey 2.0; magari con una produzione diversa e molto più urban sarebbe venuto fuori qualcosa di interessante, ma così com'è io dico next. Tra parentesi, secondo il gossip americano, pare che Big Sean abbia fatto vedere il microfono ad Ariana e lei abbia fatto moltissimi acuti. ★★
Be My Baby (Feat. Cashmere Cat). Ariana che imita la Mariah degli anni '90 possiamo anche sorvolarla e voglio dire, la voce ce l'hai, canta qualcosa di tuo anziché giocare a fare Tale e Quale Show. ★★
Break Your Heart Right Back (Feat. Childish Gambino). Come sopra, ma con l'aggiunta che hanno pure scippato l'"I'm Coming" da Diana Ross. 
Love Me Harder (Feat. The Weeknd). Pezzo prodotto da Max Martin, un'altro dei produttori che hanno fatto la storia della musica pop e che anche qui non si smentisce e finalmente riporta un po' di vita al disco che stava pericolosamente naufragando. Le voci di Ariana e The Weeknd si fondono perfettamente e il brano è un assoluto successo. ★★
A Little Bit Of Your Heart. Ballatona pop accompagnata al pianoforte che fa sempre artista sofisticata, ma che però è di una noia che levatoi proprio. ★★
Hands On Me (Feat. A$AP Ferg). Uptempo mezza orientale che non si capisce bene cosa ci faccia in questo disco. ★★
My Everything. Altra ballatona per la title-track, che però convince poco e se il primo disco di Ariana era pieno di canzoni che abbracciavano questo genere e ne uscivano vincitrici, qui invece le ballad sono tutte poco carismatiche e le uniche tracce a valere qualcosa sono quelle puramente pop/dance/urban. ★★
Bang Bang (Feat. Jessie J & Nicki Minaj). Prima bonus track del disco, con featuring studiati a tavolino, con Niki Minaj che serve da traino per far diventare più zoccola la Ariana Grande che francamente deve essere di una noia stratosferica e la Jessie J che stanno provando a far diventare famosa in tutti i modi, piazzandola al fianco di cantanti super quotati e invece il mondo intero la sfancula. Il pezzo nonostante sia stato super pubblicizzato e proposto anche ai Video Music Awards, non riesce proprio a piacermi. Sarà che odio quella strillona senza talento Jessie J, boh. ★★

Only 1. Bonus Track che puzza di scarto in ogni nota. 
You Don’t Know Me. Terza bonus track che poteva tranquillamente rimane sulle note di uno spartito senza vedere mai la luce. ★★