27.2.15

Gente della Palestra #25

QUELLO CHE TI DICE: “HAI DEI PIEDI BELLISSIMI!”
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18.2.15

La teoria del tutto [recensione]


Per un istante ho pensato di essermi perso la sua morte, nel senso che questo è quel genere di film che si fa per celebrare i grandi personaggi che hanno abbandonato la loro occupazione per andare a concimare il terreno e invece Stephen Hawking è vivo e scorrazza ancora arzillo sulla sua carrozzella. (Ok, sull'arzillo non ci metto la mano sul fuoco).
Il fatto è che la prima moglie di Hawking aveva scritto questo libro che si chiama Travelling to Infinity: My Life with Stephen e mi sa che lei voleva guadagnarci subito due spicci e non le andava di aspettare la morte del vecchio, ché a quello gli avevano dato due anni di vita e poi invece è arrivato a 73 e quando cavolo se li gode lei i soldi dei diritti? E quindi ecco che La Teoria del Tutto è arrivato nelle sale con Hawking ancora vivo e vorrei proprio sapere se ha avuto il tempo di andarlo a vedere.
Che poi mi aspettavo un bel film sulla matematica e il cosmo e pensavo mi raccontasse qualche aspetto interessante e meno conosciuto della straordinaria vita di Stephen Hawking e invece mi son trovato d'avanti ad un film che si concentra in particolar modo sul triangolo amoroso, perché lo sappiamo tutti che gli intrecci amorosi appassionano il pubblico e quindi meglio calcare la mano su questo argomento e chi se ne frega se il racconto dell''atrofia muscolare progressiva (simile alla SLA, ma meno aggressiva riguardo alla tempistica) viene messo in secondo piano e narrato con un distacco terribile; e che ci frega se il lavoro di Stephen Hawking è completamente marginale e lui poteva pure essere un idraulico, che tanto non sarebbe cambiato nulla nella storia.
Voglio dire, io lo capisco che spiegare l'astrofisica alla gente comune non è semplice, però cavolo, se non siete capace fate un film su Renato Pozzetto!
Tutti d'accordo nel dire che Eddie Redmayne è stato molto bravo nel vestire i panni di Stephen Hawking e c'è chi dice che vincerà l'Oscar per la sua interpretazione, ma poi mi viene in mente il film francese Quasi Amici, dove veniva narrata la straordinaria storia del tetraplegico Philippe Pozzo di Borgo e del suo aiutante domestico Yasmin Abdel Sellou e penso che quello è stato proprio un bel film, che mi ha fatto piangere e ridere e sono uscito dal cinema con un mattone sullo stomaco per il tema trattato, ma una bella sensazione nel cuore e questo La Teoria del Tutto invece, mi ha lasciato con l'impressione di aver visto un pessimo biopic, che manderei in onda su Rete4 alle undici di sera.

14.2.15

Madonna e il video di Living For Love


Madonna è un'icona della musica e su questo non ci piove; fin dal suo esordio negli anni '80 è sempre stata nel posto giusto al momento giusto e un passo avanti rispetto alle sue colleghe cantanti e sicuramente grazie ad un misto di bravura, fortuna e intelligenza è riuscita a far brillare la sua stella fino agli inizi degli anni duemila; poi qualcosa nel meccanismo si è inceppato. Probabilmente il motivo è che fare pop a quarant'anni non è come farlo a trenta e l'avanzare dell'età porta con se anche un bagaglio culturale e una maturità che volente o nolente ti allontana dai giovani e purtroppo sono proprio i giovani i principali compratori di dischi. Quindi forse, i cantanti con una carriera così longeva come la sua, arrivano ad un punto che devono scegliere se fare musica per se stessi o se far dischi per il pubblico che spende soldi. Qualche volta le due cose combaciano, ma nel caso di Madonna pare quasi che abbia voluto scrivere musica solo per compiacere il pubblico dei giovanissimi, dimenticandosi di quei fan che sono cresciuti con lei e che con lei hanno mutato i propri gusti. Risultato: i giovani non se la sono inculata di pezza, perché giustamente ci sono state pop star più giovani, più brave e più amate di lei a vendere dischi e i vecchi non sono stati affatto soddisfatti di questa svolta dance/pop/electro non si sa cosa da teenager.
Living For Love è il primo singolo estratto dal suo tredicesimo album, che prende il nome di Rebel Heart e che uscirà il 10 marzo e io vedo in questo lavoro tutte le contraddizioni che hanno caratterizzato la Madonna negli anni duemila, ovvero la voglia di cercare un sound commerciale e che seguisse la moda del momento, senza scontentare proprio del tutto chi la segue da tempo. Ed ecco quindi che viene fuori questa Living For Love, una canzone che suona come la house music degli anni '90, ma che sfortunatamente per lei ci aveva già pensato ampiamente Kiesza con la sua Hideaway ad anticipare questo ritorno e sinceramente lo aveva fatto con un video così bello che Madonna dovrebbe andare a nascondersi. Perché se la canzone in definitiva può essere un hit in linea con quello che piace in questo momento, il video è una sorta di auto omaggio/citazione, che riparte da Take a Bow e You'll See, ma in versione meno romantica e molto più zoccola, come se dovesse dimostrare a qualcuno che sono passati vent'anni, ma lei è ancora appetibile e piena di vita. Il tutto con un video che sembra girato in dieci minuti e con una brutta, bruttissima fotografia. Poi vabbè, posso capire che tutto è stato fatto in fretta e furia per arginare il lekkaggio selvaggio che ha subito il suo disco (al quale credo ben poco, ma questa è un'altra storia), ma addirittura far uscire il video con un refuso nel nome del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. Boh, neanche Anna Tatangelo.

11.2.15

Still Alice [recensione]


Julianne Moore, 54 anni e una lista di film che scansatevi proprio. Due Golden Globe poggiati sopra il camino e due Emmy in bella mostra nel soggiorno, ma ahimé nessun Oscar. Dici: "Vabbé Giulià, ma che te frega dell'Oscar, si sa che è un premio commerciale che non rappresenta il vero talento; l'hanno dato perfino a Sandra Bullock!". Ok non volevo mettere il dito nella piaga ed in effetti è assurdo che una come lei non abbia mai vinto una statuetta d'Oro. L'hanno candidata per quattro volte, ma poi l'hanno sempre rispedita a casa a mani vuote e niente, lei questo Oscar lo vuole a tutti i costi e me la immagino mentre legge tutte le sceneggiature più strappalacrime del 2014, per trovare il ruolo giusto e eccolo lì, finalmente materializzato davanti ai suoi occhi: la malata di Alzheimer! Voglio dire, i film sui malati piacciono sempre e certo sarebbe stato meglio dimagrire 50 chili, che quelli dell'Academy con queste trasformazioni ci si masturbano la sera, ma in fondo va bene anche così.
Still Alice è un bel film, che parla di una bruttissima malattia, ma affronta il problema in modo piuttosto intelligente e non scade mai nel patetico e non so se avete visto Colpa delle Stelle, con i due ragazzini malati di cancro che si promettono amore eterno e ecco; dimenticatevi quella merda, perché Still Alice è un film serio e non punta a far commuovere con colpi bassi e dialoghi melensi. Julianne Moore ce la mette tutta per raccontare questa terribile e complicata malattia e io direi diamole questo Oscar e facciamola finita. Anche perché tra le candidate come miglior attrice abbiamo Marion Cotillard che vinse l'Oscar nel 2005 quando aveva tipo boh, 15 anni, Felicity Jones che ancora puzza di pannolini, Reese Witherspoon che già è stata miracolata una volta e per quanto mi possa stare simpatica non ho mai capito come abbia fatto ad essere per un periodo l'attrice più pagata di Hollywood o quella faccia da culo di Rosamunde Pike che in Gone Girl aveva solo un'espressione, ma che la gente ha detto che era bravissima non si sa per quale motivo. Insomma, almeno per galanteria, diamo il premio alla più vecchia. Anche perché la sua è stata una buona interpretazione e il film è bello.
E se quelli sul palco non dicono il suo nome dopo la frase "the Oscar goes to...", penso che Julianne si fa saltare in aria con la dinamite e fa pure bene.
Poi vabbé, nel film c'è anche Kristen Stewart la ragazzina che ha interpretato i vari film di Twilight e qui fa la parte della figlia e per tutto il film mi son chiesto se è l'unica persona che nel 2015 ancora usa la spuma, o se semplicemente si lava i capelli una volta l'anno. Ma questa è un'altra storia.

6.2.15

Jupiter - Il destino dell'universo [recensione]


Grazie alla saga di Matrix i Fratelli Wachowski sono entrati nella storia del cinema e in realtà l'unico titolo veramente valido che hanno fatto è stato il primo film e gli altri si son dimostrati delle aggiunte appiccicate fuori tempo massimo, che brillavano di una fiacca luce riflessa. Ma gli incassi sono stati così stratosferici, che gli hanno perdonato perfino i mega flop di Speed Racer e Clud Atlas.
Il film inizia con Mila Kunis che è una poveraccia russa senza permesso di soggiorno e che per guadagnarsi il pane pulisce i cessi delle case dei ricchi e sembra quasi il remake di Un Amore a Cinque Stelle, ma poi arrivano gli alieni che vogliono rapirla, perché lei in realtà è l'incarnazione di un'imperatrice che vive in una lontana galassia e i tre figli vogliono ucciderla e però si scopre che un figlio è buono e uno è cattivissimo e a proteggerla ci pensa il sempre bono Channing Tatum, che però gli hanno strappato le ali, perché lui è mezzo lupo e mezzo uomo... e voi ci avete capito qualcosa? Io no. Tutta questa frenesia di scrivere una sceneggiatura pazzesca e complicata che sembra quasi di vedere tre stagioni di Star Trek tutte d'un fiato, quando invece se avessero abbassato il tiro, magari avrebbero appassionato di più.
Però c'è da dire che anche se non ci si capisce una fava, Mila Kunis ha un trucco pazzesco e praticamente per tutto il film se ne va in giro con quest'ombretto scuro che le regge nonostante il mondo le esploda sotto i piedi e le ciglia sono così lunghe che ci avrebbe potuto uccide i nemici con lo spostamento d'aria di un solo occhiolino. Tra parentesi, Mila ha un occhio begalino che sembra troppo Cesara Buonamici ai tempi del TG5 e vabbè; io sono immaturo e quindi questa cosa mi fa troppo ridere.
Se per tre quarti di film Mila è una povera cogliona che non capisce nulla di quello che sta succedendo, ma non è mai spaventata e sa sempre cosa fare, improvvisamente il suo personaggio ha un balzo e da ragazza spaurita con lo sguardo da gattina, diventa un troione assetato di cazzo che vuole sbattersi Channing Tatum mentre fuori si scatena la fine del mondo e così all'improvviso scatta la storia d'amore più stucchevole e noiosa che abbia mai visto e cari Fratelli Wachowski sarete anche dei geni degli effetti speciali, ma di romanticismo non ci capite proprio un cazzo. 
Il problema è che i Wachowski provano a fare un film alla Marvel, che diverta e intrattenga allo stesso tempo, ma la sceneggiatura si incarta su se stessa e l'unica cosa che si salva, sono le vorticose riprese aeree, che se volevo farmi venire la nausea me ne andavo sulle montagne russe.
Bella l'ambientazione del pianeta con con solo architetture di Frank Gehry come il Guggenheim Museum di Bilbao o la Walt Disney Concert Hal di Los Angeles o la Casa danzante di Praga, ma per il resto non c'è un'idea buona che sia una e il film fa acqua da tutte le parti e, mi duole dirlo, in alcuni momenti è anche imbarazzante.

24.1.15

Exodus: Dei e Re [recensione]


Dopo la fortunata trilogia de Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit e dopo la redditizia trasposizione cinematografica di Hunger Games, anche Ridley Scott decide di portare sul grande schermo un best seller fantasy e sceglie la Bibbia.
In realtà non è il primo che ci racconta la storia di Mosè e c'era stato l'acclamato film del 1956 I Dieci Comandamenti, che vinse anche l'Oscar per gli effetti speciali e ci fu il cartone animato Il Principe d'Egitto con il duetto tra Withey e Mariah e chi sa per quale motivo ogni tanto qualcuno si riappassiona alla noiosa storia di Mosè. Ci riprova Ridley Scott e lui è uno dei quelli che dopo aver dato alla luce capolavori indiscussi come Alien e Blade Runner, gli si perdona un po' tutto e però di vaccate ne ha fatte parecchie e temevo che questo Exodus fosse una cagata cosmica come il Noè di Darren Aronofsky, che si incarta in battaglie alla Signore degli Anelli e devastazione che neanche Armageddon e fortunatamente invece Exodus è un film più calibrato e ragionato, anche se ha fatto andare su tutte le furie Egitto, Emirati Arabi e Marocco per l'eccessiva presenza di attori bianchi nella pellicola e ha fatto rodere il culo a  cristiani, ebrei e musulmani in un colpo solo.
Praticamebte abbiamo il sempre fighissimo Christian Bale che è il fratello di Joel Edgerton e però uno è gallese e l'altro è australiano, ma a nessuno viene il dubbio che i due non siano veri fratelli e secondo loro basta mettersi un po' di matita nera negli occhi, per trasformare tutti in egiziani.
Come se fosse il primo capitolo della saga di un supereroe, Ridley Scott spende un bel po' di tempo a raccontare la vita di Mosè prima di diventare profeta, con una libera interpretazione non riportata nell'esodo, ma avente un qualche fondamento storico e, dopo aver capito quanto buono e saggio fosse Mosè, finalmente arriva il momento in cui incontra Dio.
Apriti cielo.
Dio è raffigurato come un bambino e però sta scritto ovunque che "Dio non ha volto"  e quindi giù con le polemiche. Come se non bastasse Mosè incontra Dio dopo aver battuto la testa e per tutto il film non si capisce se sia vittima di un trauma cranico che gli fa avere delle visioni o se questo dio gli parli veramente e perfino le 10 piaghe d'Egitto sono raccontate in un modo così scientifico che Piero Angela non avrebbe saputo fare di meglio. C'è poi il caso eclatante dell'apertura del Mar Rosso e questo è un miracolo accettato da tutte e tre le religioni islam, cristiani ed ebrei e che invece Scott lo giustifica con la caduta di un meteorite che sconvolge la marea, un po' come a dire: se credi in Dio è stato lui, se non ci credi è quel gran culo di Mosè che si trova sempre nel posto giusto al momento giusto.
La realtà è che Ridley Scott parte dalla vita di Mosè per raccontare una storia di fratelli e un conflitto familiare e questo si capisce quando vediamo che sorvola frettolosamente episodi religiosi importanti come i 10 comandamenti e quando, prima dei titoli di coda, scopriamo che il film è dedicato al fratello Tony Scott, con il quale mi viene il sospetto non debba avere proprio un bellissimo rapporto. A questo punto mi chiedo: c'era bisogno di spendere 140 milioni di dollari e scomodare le Sacre Scritture, per poi raffigurare Mosè come un semplice uomo fragile e dubbioso e incazzato. Oh intendiamoci, il film non è neanche malaccio, ma se voleva parlare di due fratelli uno buono e uno cattivo, tanto valeva raccontare la storia di Gianni e Donatella Versace.

16.1.15

I cavalieri dello zodiaco - La leggenda del grande tempio [recensione]


Se come me siete stati adolescenti negli anni novanta, sicuramente vi sarete appassionati alle avventure de I Cavalieri dello Zodiaco che i più nerd chiameranno con il nome originale Saint Seiya. La serie era epica per tanti motivi, vinse perfino dei premi in Giappone e divenne presto uno dei cartoni animati preferiti di tutti i ragazzi in età da brufoli. Io ero assolutamente pazzo per I Cavalieri dello Zodiaco e avevo perfino alcuni pupazzi con i quali era impossibile giocare, perché ad ogni movimento si smontava l'armatura. Immaginate dunque la mia emozione nel sapere che stava uscendo un film dedicato a loro.
Ora la questione è molto semplice, questo lungometraggio d'animazione ri-narra le vicende delle dodici casa dello zodiaco, ma riassumere i 33 episodi del cartone animato (scusate anime) in un unico film è un vero bordello e infatti quello che è venuto fuori è un mezzo pastrocchio. Chi non conosce la saga probabilmente ci capirà ben poco e chi la conosce rimarrà forse deluso per quanto è sbrigativa.
Il fatto è che ovviamente sono stati fatti dei tagli e per esempio dite addio all'epica battaglia con Virgo o quella con Fish, perché in 95 minuti non c'è tempo per raccontare tutti e dodici gli scontri con ariete, toro, gemelli, cancro, leone, bla bla bla e da una parte menomale che non l'hanno fatto, perché il film sarebbe risultato noioso e ripetitivo; però un po' dispiace vedere che la storia è stata modificata per farla stare sul grande schermo e viene anche da chiedersi il perché di quel mostro finale, che quasi ricorda un videogioco. Il grandissimo punto interrogativo del film poi, riguarda il cavaliere di Cancro, che nel cartone animato era un manzo cattivissimo, che avrebbe fatto bagnare perfino Suor Maria di Candy Candy e qui invece è diventato una mezza Lady Gaga che addirittura si mette a cantare una canzone, come fosse una principessa Disney qualunque. Portatemi la testa di chi ha ideato questa cosa.
Se la sceneggiatura sotto molti aspetti delude, ci sono anche parecchie cose positive e per esempio le armature dei Cavalieri sono tutte rielaborate dallo steso Masami Kurumada autore della sere originale e sono una meraviglia per gli occhi e, sebbene le sembianze dei cavalieri ricordino molto di più Final Fantasy che i classici cavalieri dello zodiaco, i loro caratteri sono rispettati alla perfezione.
Il divertimento e l'azione non mancano, i combattimenti sono spettacolari (anche se spesso sbrigativi) e il doppiaggio italiano è talmente impeccabile da rispolverare i vecchi doppiatori con Ivo De Palma che dà nuovamente la voce a Pegasus; eppure mettendo tutto sul piatto della bilancia, i contro forse superano i pro ed è una bella delusione, perché gli incassi non proprio soddisfacenti perfino in patria, hanno probabilmente stroncato per sempre la possibilità di vedere anche una possibile saga di Asgard e quella di Nettuno.