24.1.15

Exodus: Dei e Re [recensione]


Dopo la fortunata trilogia de Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit e dopo la redditizia trasposizione cinematografica di Hunger Games, anche Ridley Scott decide di portare sul grande schermo un best seller fantasy e sceglie la Bibbia.
In realtà non è il primo che ci racconta la storia di Mosè e c'era stato l'acclamato film del 1956 I Dieci Comandamenti, che vinse anche l'Oscar per gli effetti speciali e ci fu il cartone animato Il Principe d'Egitto con il duetto tra Withey e Mariah e chi sa per quale motivo ogni tanto qualcuno si riappassiona alla noiosa storia di Mosè. Ci riprova Ridley Scott e lui è uno dei quelli che dopo aver dato alla luce capolavori indiscussi come Alien e Blade Runner, gli si perdona un po' tutto e però di vaccate ne ha fatte parecchie e temevo che questo Exodus fosse una cagata cosmica come il Noè di Darren Aronofsky, che si incarta in battaglie alla Signore degli Anelli e devastazione che neanche Armageddon e fortunatamente invece Exodus è un film più calibrato e ragionato, anche se ha fatto andare su tutte le furie Egitto, Emirati Arabi e Marocco per l'eccessiva presenza di attori bianchi nella pellicola e ha fatto rodere il culo a  cristiani, ebrei e musulmani in un colpo solo.
Praticamebte abbiamo il sempre fighissimo Christian Bale che è il fratello di Joel Edgerton e però uno è gallese e l'altro è australiano, ma a nessuno viene il dubbio che i due non siano veri fratelli e secondo loro basta mettersi un po' di matita nera negli occhi, per trasformare tutti in egiziani.
Come se fosse il primo capitolo della saga di un supereroe, Ridley Scott spende un bel po' di tempo a raccontare la vita di Mosè prima di diventare profeta, con una libera interpretazione non riportata nell'esodo, ma avente un qualche fondamento storico e, dopo aver capito quanto buono e saggio fosse Mosè, finalmente arriva il momento in cui incontra Dio.
Apriti cielo.
Dio è raffigurato come un bambino e però sta scritto ovunque che "Dio non ha volto"  e quindi giù con le polemiche. Come se non bastasse Mosè incontra Dio dopo aver battuto la testa e per tutto il film non si capisce se sia vittima di un trauma cranico che gli fa avere delle visioni o se questo dio gli parli veramente e perfino le 10 piaghe d'Egitto sono raccontate in un modo così scientifico che Piero Angela non avrebbe saputo fare di meglio. C'è poi il caso eclatante dell'apertura del Mar Rosso e questo è un miracolo accettato da tutte e tre le religioni islam, cristiani ed ebrei e che invece Scott lo giustifica con la caduta di un meteorite che sconvolge la marea, un po' come a dire: se credi in Dio è stato lui, se non ci credi è quel gran culo di Mosè che si trova sempre nel posto giusto al momento giusto.
La realtà è che Ridley Scott parte dalla vita di Mosè per raccontare una storia di fratelli e un conflitto familiare e questo si capisce quando vediamo che sorvola frettolosamente episodi religiosi importanti come i 10 comandamenti e quando, prima dei titoli di coda, scopriamo che il film è dedicato al fratello Tony Scott, con il quale mi viene il sospetto non debba avere proprio un bellissimo rapporto. A questo punto mi chiedo: c'era bisogno di spendere 140 milioni di dollari e scomodare le Sacre Scritture, per poi raffigurare Mosè come un semplice uomo fragile e dubbioso e incazzato. Oh intendiamoci, il film non è neanche malaccio, ma se voleva parlare di due fratelli uno buono e uno cattivo, tanto valeva raccontare la storia di Gianni e Donatella Versace.

16.1.15

I cavalieri dello zodiaco - La leggenda del grande tempio [recensione]


Se come me siete stati adolescenti negli anni novanta, sicuramente vi sarete appassionati alle avventure de I Cavalieri dello Zodiaco che i più nerd chiameranno con il nome originale Saint Seiya. La serie era epica per tanti motivi, vinse perfino dei premi in Giappone e divenne presto uno dei cartoni animati preferiti di tutti i ragazzi in età da brufoli. Io ero assolutamente pazzo per I Cavalieri dello Zodiaco e avevo perfino alcuni pupazzi con i quali era impossibile giocare, perché ad ogni movimento si smontava l'armatura. Immaginate dunque la mia emozione nel sapere che stava uscendo un film dedicato a loro.
Ora la questione è molto semplice, questo lungometraggio d'animazione ri-narra le vicende delle dodici casa dello zodiaco, ma riassumere i 33 episodi del cartone animato (scusate anime) in un unico film è un vero bordello e infatti quello che è venuto fuori è un mezzo pastrocchio. Chi non conosce la saga probabilmente ci capirà ben poco e chi la conosce rimarrà forse deluso per quanto è sbrigativa.
Il fatto è che ovviamente sono stati fatti dei tagli e per esempio dite addio all'epica battaglia con Virgo o quella con Fish, perché in 95 minuti non c'è tempo per raccontare tutti e dodici gli scontri con ariete, toro, gemelli, cancro, leone, bla bla bla e da una parte menomale che non l'hanno fatto, perché il film sarebbe risultato noioso e ripetitivo; però un po' dispiace vedere che la storia è stata modificata per farla stare sul grande schermo e viene anche da chiedersi il perché di quel mostro finale, che quasi ricorda un videogioco. Il grandissimo punto interrogativo del film poi, riguarda il cavaliere di Cancro, che nel cartone animato era un manzo cattivissimo, che avrebbe fatto bagnare perfino Suor Maria di Candy Candy e qui invece è diventato una mezza Lady Gaga che addirittura si mette a cantare una canzone, come fosse una principessa Disney qualunque. Portatemi la testa di chi ha ideato questa cosa.
Se la sceneggiatura sotto molti aspetti delude, ci sono anche parecchie cose positive e per esempio le armature dei Cavalieri sono tutte rielaborate dallo steso Masami Kurumada autore della sere originale e sono una meraviglia per gli occhi e, sebbene le sembianze dei cavalieri ricordino molto di più Final Fantasy che i classici cavalieri dello zodiaco, i loro caratteri sono rispettati alla perfezione.
Il divertimento e l'azione non mancano, i combattimenti sono spettacolari (anche se spesso sbrigativi) e il doppiaggio italiano è talmente impeccabile da rispolverare i vecchi doppiatori con Ivo De Palma che dà nuovamente la voce a Pegasus; eppure mettendo tutto sul piatto della bilancia, i contro forse superano i pro ed è una bella delusione, perché gli incassi non proprio soddisfacenti perfino in patria, hanno probabilmente stroncato per sempre la possibilità di vedere anche una possibile saga di Asgard e quella di Nettuno.

8.1.15

American Sniper [recensione]


Chris Kyle è stato in Iraq dal 2003 al 2009 nel corpo dei Navy Seal e grazie al suo valore e il suo coraggio è stato definito il cecchino più letale della storia militare americana, uccidendo 160 talebani (anche se lui ne rivendica 255). Un risultato che va oltre qualsiasi altro soldato, al punto che i suoi commilitoni prima e il popolo americano dopo, lo hanno soprannominato "Leggenda". La sua vita è raccontata in un libro autobiografico edito nel 2012 e divenuto subito best-seller e noi italiani forse fatichiamo a comprendere, dato che non abbiamo questo grande attaccamento alla bandiera e non stiamo da sempre in guerra contro qualcuno, ma diciamo che Kyle è per gli americani un po' come Totti lo è per i romanisti. Non stupiamoci quindi se Clint Eastwood abbia deciso di narrare solo il Kyle eroe, elevandolo fino a farlo diventare l'uomo giusto che sacrifica la sua famiglia e la sua vita per la patria; raccontandolo in un modo così sfacciatamente celebrativo e propagandistico da ridurre al minimo le riflessioni su questa guerra ancora in atto e descrivendo solo il personaggio di Kyle, senza lasciare spazio ai ragionamenti su una certa cultura americana e solamente accennando i grandi disagi psicologici che i reduci di guerra si portano dietro una volta finito il loro servizio.
Il fatto è che questo non è un film sulla guerra, ma è un film sul soldato Chris Kyle, che tra le altre cose è piuttosto somigliante al bellone Bradley Cooper che lo interpreta e che è circondato per tutto il tempo da altri militari uno più bono dell'altro, che per un attimo ti viene il dubbio che forse stai guardando un porno gay military, di quelli con i soldati che iniziano lucidando la canna del fucile e finiscono a lucidarsi altro. Ché se mi avessero detto che avrei incontrato così tanti boni, mi sarei arruolato come volontario.
Eastwood è veramente troppo di parte nel raccontarci questo mondo, descrivendolo con estrema cura e attenzione, come se fossero tutti dei modelli sia nel fisico che nell'intelletto e mostrando ogni morte e schizzo di sangue, come un giusto sacrificio per la patria e ok, siamo tutti d'accordo che la regia è sempre quella del grande maestro di Million Dollar Baby e Grantorino, ma le quattro missioni raccontate nel film sono un infinito spara-spara estremamente ripetitivo, che probabilmente esalterà un certo tipo di maschio, ma farà dormire con la bolla al naso le loro fidanzate. Anche perché, se perdi di vista il motivo della guerra e ti limiti a raccontarla come fosse un videogioco, allora tanto vale farsi una partita con la Play Station.

7.1.15

La grande lezione di Shiloh, la figlia maschio di Brad e Angelina


Nel 2011 uscì il film Tomboy, la storia di una bambina di 10 anni che si trasferisce con la famiglia in una nuova città e quando conosce i nuovi amichetti di quartiere, si finge un maschio. Nonostante fosse un film francese e tutti noi sappiamo quanto sanno essere noiosi i francesi, il film era bello e per un istante sollevò un polverone: è giusto correggere il comportamento quando un bambino non si ritrova nella sua identità sessuale?
Che poi, fin quando si sta nel buio di un cinema, tutti a spellarsi le mani dagli applausi e tutti a dire che splendida interpretazione e un po' ci si dimentica che queste cose succedono anche nella vita reale e infatti arriva il giorno che Shiloh Pitt (la figlia di Angelina e Brad Pitt) appare in pubblico completamente vestita da maschietto, con abito scuro, cravatta e capelli corti e tutti a gridare allo scandalo. Ché una bambina di otto anni non può ancora aver sviluppato una propria identità sessuale e i genitori che permettono questo sono degli sciagurati.
Che poi uno se lo può aspettare da Cher, che la figlia decida di cambiare sesso, ché con quella madre mezza pazza e sempre in mezzo a parrucche, piume e vestiti di paillettes non poteva mica crescere un figlio sano! Le cose lasciano più perplessi quando a voler essere un maschietto è la bella bambina di otto anni figlia di Angelina Jolie e Brad Pitt, che per molti sono tipo la coppia perfetta di Hollywood. Ok magari si tratta solo di un momento passeggero, un capriccio dettato da un carattere ribelle e tra qualche anno la vedremo vestita da donna, in splendidi vestiti mozzafiato che sottolineeranno le sue forme ereditate dalla gnocca mamma, ma la questione non è questa; non è se Shiloh vuole la maglietta nera dei Ramones o la gonnellina di Violetta, la questione è che Angelina ha dichiarato in un'intervista: "Io non forzerò mai nessuno dei miei figli ad essere quello che non è. Con Brad la lasciamo libera. Noi rispettiamo le sue scelte".
Rispettare le scelte. Una lezione che il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, avrebbe dovuto ascoltare e invece pare che lo vedremo intervenire in difesa della famiglia tradizionale al convegno organizzato da Alleanza Cattolica e Obiettivo Chaire, due organizzazioni che considerano l'omosessualità una malattia da curare tramite terapie riparative.
Da un lato i Brangelina con la figlia maschietto e dall'altro quelli che vogliono correggere un comportamento. E poi abbiamo ancora un altro lato: quello di Joshua Alcorn, ragazzino dell'Ohio che si sentiva una ragazza e si faceva chiamare Leelah e che evidentemente era così esasperato dalla sua famiglia estremamente religiosa e dall'ambiente circostante, che a 17 anni si è suicidato buttandosi sotto un tir e lasciando un messaggio chiaro: "Non potete controllare così la vita delle persone. Cambiate la società, vi prego".
Neanche a farlo apposta Leelah fu costretta dai suoi genitori a fare una terapia riparativa che, attraverso un supporto psicologico e di preghiera, l'avrebbe convinta a rimanere maschio ed accettare il suo destino voluto da Dio.
Ora c'è da sottolineare un fatto per nulla trascurabile e ovvero che l'omosessualità non è una malattia e che le terapie riparative non sono supportate da nessuno studio medico o scientifico e questa non è la mia opinione del tipo "A me è piaciuto quel film", ma un fatto scientifico. Possiamo credere che la terra sia tonda o sostenere che sia piatta, ma uno dei due sbaglia e l'altro ha ragione.
Io non sono un medico, ma se qualche terapia ha portato a risultati positivi con il successivo cambio dell'orientamento sessuale, è probabile che sia avvenuto in seguito ad un crescente senso di colpa e di esasperazione del paziente, che non volendosi sentire diverso all'interno della società ha deciso di reprimere il suo essere e fingere quindi un comportamento eterosessuale. Del resto anche io, dopo ore di guerra psicologica con mia madre che non mi faceva alzare da tavola e non mi faceva vedere i cartoni animati fin quando non finivo quello che avevo nel piatto, alla fine gettavo la spugna e mangiavo tutti gli spinaci. Ma gli spinaci continuano a farmi schifo.
"Si sente un ragazzo, si fa chiamare John e abbiamo deciso di assecondarla tagliandole i capelli e vestendola da ragazzo", aveva raccontato qualche tempo fa Angelina parlando si sua figlia Shiloh e magari qualcuno può pensare ad una scelta anticonformista dettata dal carattere ribelle della madre, dato che lei è la stessa che andava in giro con il sangue del fratello in un'ampollina appesa al collo, ma forse è solo il comportamento di una madre che sta provando a cambiare la società, per far sentire sua figlia più serena e sicura. La stessa società che invece ha spinto la probabilmente troppo fragile Leelah sotto un tir.
E noi qui in Italia cosa facciamo? Organizziamo un convegno per difendere la famiglia e sostenere la terapia per le persone omosessuali. Ecco. Sappiate che questo convegno avrà la stessa valenza scientifica di un raduno di Star Trek; con l'unica differenza che quelli vestiti da Vulcaniani non fanno del male a nessuno, mentre chi incoraggia alla terapia riparativa danneggia e reprime l'esistenza delle persone, fino ad arrivare al punto del non ritorno come è stato per il caso di Leelah.
E dire che a me Angelina fa anche cagare come attrice.

27.12.14

Pride [recensione]

 

Pride è uno di quei film che in pochi andranno a vedere: in primo luogo perché narra di tematiche LGBT e figuriamoci se alla gente interessa di sentire i finocchi che si lamentano anche sotto Natale; in secondo luogo perché è stato distribuito tipo in trenta sale su tutto il territorio italiano, ché i cinema non fanno di certo i soldi trasmettendo pellicole di questo tipo; e ultimo motivo è perché non ha avuto praticamente promozione e se uno deve andare a vedere qualcosa, sicuramente sceglierà il gettonatissimo Lo Hobbit con la sua noiosissima storia che si trascina da quattro anni o il sopravvalutato thriller con Ben Affleck e Rosamund Pike ché senza dubbio una coppia di fighi che scopa e si scanna, attira di più di un gruppo di finocchi e vecchietti gallesi.
Eppure non vedere Pride è tipo un grandissimo sbaglio e senza troppe esagerazioni credo sia il film del 2014 che più mi ha appassionato, commosso e divertito e se da un lato temo che per vederlo sul grande schermo sia ormai troppo tardi, dall'altro consiglio a tutti di recuperarlo in dvd, perché Pride è una lezione di vita sotto tanti aspetti.
Lezione di storia. Il film è tratto da una storia vera e racconta di quando Margaret Tatcher fece chiudere una miniera di carbone lasciando senza lavoro ventimila minatori, che trovarono aiuto e conforto in un'altra minoranza: quella degli omosessuali. Lo sceneggiatore Stephen Beresford ha fatto una grandissima ricerca per raccontare quest'avvenimento di soli trent'anni fa, ma che in pochi conoscono e il regista Matthew Warchus ha deciso di girare nei veri luoghi della protesta, per rendere tutto ancora più credibile. Ma nonostante questo il film è tutt'altro che un borioso racconto storico e tutte le vicende sono narrate con il classico humor inglese che un po' si prende in giro e un po' sdrammatizza.
Lezione di sociologia. Il film ha un cast corale di volti più o meno noti ed ognuno interpreta un personaggio ben preciso e c'è la lesbica vegana, il gay punk, il gay fashion e poi ci sono i minatori cresciuti nei piccoli centri e ci sono le mogli dei minatori da sempre relegate al ruolo di madri e cuoche e quando questi mondi così diversi tra loro si incontrano ovviamente iniziano i problemi. I pregiudizi sono il primo scoglio da superare e noi gay sappiamo bene che gli abiti che indossiamo possano spesso costruire muri. Ma Pride ci insegna senza troppo buonismo, che guardando oltre siamo tutti persone che si entusiasmano per gli stessi motivi e si rattristano per gli stessi motivi e possiamo unire le nostre forze per raggiungere degli obiettivi comuni.
Lezione di vita vissuta. All'interno della storia di gruppo si snodano le vicende personali dei singoli protagonisti (che ribadisco sono storie reali) e incontriamo quindi il giovane ragazzo in cerca del coraggio per dichiarare ai propri genitori la propria omosessualità e incontriamo il ragazzo che si ammala di AIDS che proprio in quegli anni si stava diffondendo e incontriamo il coraggio di un minatore che si ritrova in una discoteca gay e riesce ad andare oltre i corpi nudi e le piume e le paillettes e riesce a parlare di uguaglianza facendo un discorso che io stavo piangendo con i singhiozzi per quanto mi sono commosso.
Lezione di educazione civica. Pride inizia e finisce con due grandi marce, quella dei minatori prima e quella degli omosessuali dopo. Nell'era del digitale abbiamo sicuramente perso questo senso di scendere in piazza e ci sfoghiamo facendo pagine su Facebook o raccogliendo firme digitali, ma abbiamo perso il senso della piazza. Pride in un certo senso risveglia questa necessità oggi assopita di unirsi come essere umani, sotto un'unica bandiera, dimenticando le differenze del nostro background, per contrastare il nemico politico che troppo spesso fa il proprio comodo.
Tutto questo è Pride: una storia vera che racconta tante piccole storie e che è riportata sul grande schermo in modo estremamente intelligente. Un film che diverte e commuove e ci insegna a vivere, ma senza mai salire in cattedra. Un film che parla di esuberanti omosessuali e burberi minatori senza mai cadere nei luoghi comuni. Un film che lascia nel cuore la sensazione che in fondo, anche in questo mondo egoista, possiamo ancora contare su qualcuno.
Per me il più bel film del 2014.

26.12.14

L'amore bugiardo - Gone Girl [recensione]


Quando un film diventa un caso cinematografico e a me fa cagare mi fermo a riflettere: "Cosa non ho capito? Cosa mi è sfuggito che invece ha letteralmente stregato gli altri?". Ecco sinceramente non lo so e vorrei proprio capirlo.
Gone Girl è un film tratto dal romanzo "L'amore bugiardo" scritto nel 2012 da Gillian Flynn, la quale viene scelta per curare la sceneggiatura; la regia invece è affidata a David Fincher, che è quello di Seven e Fight Club e insomma, non uno di primo pelo.
La storia è praticamente quella di Ben Affleck che un giorno torna a casa e non trova più la moglie.
Panico.
Tutti gli indizi portano a lui e i media si accaniscono e dicono che il suo è un comportamento troppo freddo e che sicuramente è lui il colpevole e però chiariamo subito una cosa: quella non è la faccia di un sociopatico con mancanza di empatia, quella è proprio l'unica espressione che sa fare Ben Affleck e ce la rifila in tutti i suoi noiosissimi film e perfino con il volto coperto dalla maschera di Daredevil si riusciva a scorgere quell'espressione da tonto, che non si sa se ha capito quello che stai dicendo o no.
Poi abbiamo Rosamund Pike, una sciapetta bionda che non ha mai trovato un ruolo veramente importante e probabilmente questa è la sua grande occasione e praticamente lei è bella e seducente e il suo è un matrimonio da favola e poi sparisce in circostanze sospette e tutti i media americani parlano di lei e le sue foto con la scritta "missing" sono ovunque e però lei è viva, si è tagliata i capelli all'altezza delle spalle, si è fatta la riga in mezzo e nessuno la riconosce più. Una trasformazione che neanche Superman e Clark Kant. Neanche Sailor Moon e Bunny.
Qualche scena dopo invece la vediamo che la rinchiudono dentro una casa, le comprano una tinta e lei torna bionda e si fa da sola un caschetto scalato che neanche Jean Louis David. Voglio dire: state facendo un film thriller dove tutti i pezzi devono combaciare alla perfezione per riuscire a convincere lo spettatore e poi fate queste cagate. Io rimango basito dalla superficialità di certe sequenze.
L’intreccio narrativo vuole sorprendere lo spettatore con inganni e colpi di scena, ma la pellicola scorre troppo lenta e lo spettatore ha tutto il tempo per fermarsi a riflettere e immaginarsi cosa succederà nella prossima scena e se magari anziché farlo durare due ore e mezza, tagliavano tipo quarantacinque minuti di riprese e condensavano gli avvenimenti, magari ci sarebbe stata più suspense. Che poi forse sono troppo intelligente io che capivo sempre tutto con dieci minuti di anticipo, eppure non mi sembra di essere questo premio Nobel.
La caccia al tesoro organizzata dalla moglie che scomparsa dovrebbe essere la chiave di volta del film, ma viene messa troppo spesso in secondo piano e in alcuni momenti è proprio accantonata; le indagini della polizia non sono mai interessanti (tra parentesi la detective è la sosia della cantante Tosca); l'unico spunto veramente intelligente è la rappresentazione di come i media si appassionino a questi casi di cronaca e ci costruiscano sopra veri e propri servizi televisivi per arrivare a toccare le giuste corde del pubblico a casa. Se in Italia abbiamo Barbara D'Urso, anche l'America ha i suoi giornalisti sciacalli che fanno della cronaca appuntamenti televisivi di gossip.
Ma anche questo tema è solo un contorno e tutto il film rimane bloccato in una sorta di La Guerra dei Roses che incontra Prisoners. Dal primo prende il tema degli sposini che una volta si amavano e che hanno visto sfumare la loro passione fino a dichiararsi letteralmente guerra; ma senza mai sfiorare la nera ironia del film di Danny DeVito o la straordinaria interpretazione che fecero Michael Douglas e Kathleen Turner. Dal secondo invece ruba le atmosfere cupe, con la cittadina che si riunisce per cercare la persona scomparsa e il fatto che tutti gli indizi puntino su una persona e poi invece la storia prenda una svolta diversa e però Prisoners è proprio un bel film e consiglio a tutti di recuperarlo, questo no. (Prisoners è uscito nel 2013 e ci sono come attori quel grandissimo pezzo di carne di Hugh Jackman e un Jake Gyllenhaal che fa un'interpretazione veramente magistrale).
Ecco, ne avevo sentito parlare tanto bene e invece questo Gone Girl si è rivelato un filmetto da casalinga annoiata, che ha suscitato un po' di hype perché in una scena si vede per una frazione di secondo il pisello di Ben Affleck e su questo fatto ci hanno costruito sopra un mare di gossip e del resto, quando un film è così tanto fiacco, bisogna pur trovare un modo per far sì che la gente ne parli.

19.12.14

Le 20 miglior canzoni del 2014 (secondo me). Posizioni dalla 10 alla 1


Il 2014 sarà ricordato come l'anno in cui è uscito il nuovo disco di Mariah Carey e perfino io che la sostengo in ogni occasione non ho messo nessuna sua canzone nella mia classifica di fine anno. Del resto se questa ha fatto un album così noioso che usa per addormentare i figli, non è colpa mia. Fortunatamente però, ci sono molti altri artisti che si sono impegnati più di lei e quindi ecco la seconda parte della mia personale classifica dei singoli più belli del 2014.

10. Beyoncé - Pretty Hurts. Ok, il disco è uscito nel 2013, ma era dicembre e lo abbiamo ascoltato praticamente per tutto il 2014 e quindi ha un po' di diritto di stare in questa classifica. La canzone è forse la più commerciale di tutto l'album, ma è una bella canzone, con un ottimo video. VIDEO
09. Foster The People - Best Friend. Il loro primo disco fu un successo indie, questo secondo lavoro inizia ad oscurare la loro promettente stella, ma non tutto è da buttare e Best Friend è una piccola perla in un disco un po' fuori tempo massimo. VIDEO


08. Azealia Banks - Heavy Metal and Refleactive. Lei è una demente figlia di puttana che sta provando in tutti i modi a buttare la sua carriera nel cesso a colpi di frasi omofobe e tweet deficiente. Ma è brava e questo suo primo disco ne è la riprova. Speriamo non rovini tutto. VIDEO
07. La Roux - Let Me Down Gently. Secondo album per la roscetta inglese, che per divergenze artistiche litiga con il suo collega produttore e si ritrova a finire il disco da sola, ma tira fuori ugualmente una bomba synth-pop dalle atmosfere anni '80. Il rischio era alto, ma porta a casa un ottimo risultato. VIDEO
06. Iggy Azalea - Fancy. Iggy Azalea ce l'ha fatta; dopo un po' di singoli e video da puttanone rumena, alla fine ha imbroccato la canzone giusta ed ha raggiunto la vetta della classifica US e il merito va a questa Fancy che suona quasi come una Gwen Stefani, quando Gwen Stefani faceva bella musica. VIDEO
05. Subsonica - Di Domenica. Sono passati 15 anni dal capolavoro di Microchip Emozionale e, come hanno cantato gli stessi Subsonica, non sono mai riusciti a bissare quel successo. Questo nuovo disco è una specie di ritorno alle origini che non sarà ricordato per decenni, ma che contiene alcune tracce più che valide. VIDEO
04. Morrissey - World Peace Is None Of Your Business. Il cantante più talentuoso e antipatico di Inghilterra sforna il suo decimo album da solista. La title track è un piccolo capolavoro, ma lui è così antipatico che ha fatto rimuovere il disco da tutti gli iTunes del mondo, tranne che da quello inglese. Non chiedetemi il perché. VIDEO
03. Robyn - Monument. Accoppiata inaspettata quella tra Robyn (svedese) e i Röyksopp (norvegesi); già avevano lavorato in precedenza insieme, ma questa volta sfornano un intero EP assolutamente eccezionale. Monument dura quasi 10 minuti, ma scorre così bene che che si aggiudica il gradino più basso del podio. VIDEO
02. Taylor Swift - Blank Space. Lo so, la gente sente il nome Taylor Swift e parte prevenuta; perché lei è una stronza, perché faceva musica country, perché è una cantante da ragazzine, eppure il suo è un disco di puro pop, perfetto in ogni dettaglio. Katy Perry può dire addio al suo scettro di reginetta delle vendite. VIDEO
01. The Jezabels - Time To Dance. Fino a qualche mese fa non sapevo neanche chi fossero, poi un amico mi ha detto "Hai ascoltato questo gruppo australiano?" ed è scattato l'amore. In patria sono uno dei gruppi indie più apprezzati, all'estero si stanno facendo conoscere piano piano. Questo è il loro secondo disco e con un pelo di synth in più hanno tirato fuori un vero capolavoro. Tre i singoli estratti Time To Dance si aggiudica il titolo di canzone preferita di questo 2014.