20.11.14

Interstellar [recensione]


Christopher Nolan è un fottuto genio, ma tipo che scorrendo la sua filmografia non c'è neanche un passo falso. Da Memento a Il Cavaliere Oscuro, passando per The Prestige, Nolan ci ha sempre abituato a film che per un motivo o per un altro sono entrati nella storia del cinema diventando cult e Interstellar non fa eccezione. Eppure questa volta si è sollevato un coro di dissidenti e pare che una bella fetta di scienziati, astrofisici o semplicemente nerd incalliti, se la siano presa a morte per le sue fantasiose teorie sulla fisica e Nolan gli aveva promesso un film di fantascienza estremamente curato e invece poi gli ha dato (a detta loro) un film fantasy ambientato nello spazio. E quando si incazzano i nerd stai pur certo che scatenano un casino.
A quanto pare (sempre secondo i nerd), ci sono tantissime incongruenze con la realtà e per esempio il pianeta vicino al buco nero, per avere quella dilatazione temporale e anche un'orbita stabile, dovrebbe essere così vicino al buco nero da essere risucchiato dentro, senza contare che il calore e la forza di attrazione sprigionate lo avrebbe fatto a pezzi vaporizzandolo in un secondo e insomma... è un film diosanto! Ma quando guardate un porno con la postina che ovviamente porta la sesta di reggiseno e citofona e gli apre un bono tutto nudo appena uscito dalla doccia e lei che dice "Ho un pacco da consegnare" e lui che risponde "Il pacco te lo do io...", ma anche in questi casi rompete i coglioni dicendo che sono scene surreali? No, perché voglio dire, Nolan si è perfino fatto aiutare dal fisico teorico Kip Thorne per realizzare questo film e non è che adesso possiamo stare a sindacare ogni sequenza. Il film è bello. Punto. Ok ci sono delle incongruenze, ok dei passaggi funzionano poco, ma il film è indubbiamente bello e coinvolgente e nonostante duri settantasette ore, è come se nella sala il tempo scorresse a doppia velocità e quando esci dal cinema non ti accorgi di esser stato lì dentro per tre giorni (il film dura due ore e cinquanta minuti ndr).
Christopher Nolan è un maestro e sa come costruire scene estremamente emozionanti e immagini commoventi (quando saluta i figli prima di partire, io ho pianto) e se con Gravity abbiamo scoperto le insidie dello spazio, con Interstellar facciamo un passo oltre e scopriamo le insidie della quarta e quinta dimensione. Ok gli americani devono sempre fare la figura dei salvatori del mondo, come se nel resto del globo la gente passasse il tempo a giocare a Candy Crush Saga, ma gli americani hanno sempre avuto queste manie di onnipotenza, si sa.
Matthew McConaughey si rivela ancora una volta un ottimo attore e ormai sto iniziando a non rimpiangere più il suo enorme e sodo petto nudo perfettamente abbronzato, che corre sulle spiagge della California, perché finalmente è diventato un attore a tutti gli effetti che non ha bisogno di spogliarsi per essere apprezzato e alla fine forse riuscirò anche a capire come dannazione si pronuncia il suo cognome, che io tutte le volte lo chiamo "Mettiu Mecnoghrgjsh". 
Nel cast c'è anche Anne Hathaway sempre bella e perfettamente calata nella parte e poi Jessica Chastain, che anche lei mi piace molto e Matt Damon e a questo riguardo vorrei aprire un dibattito: perché c'è stato un tempo ormai lontano in cui Matt Damon fu considerato un sex symbol e addirittura nel 2007 la rivista People lo incoronò uomo più sexy del mondo e però adesso ogni anno che passa, si avvicina sempre di più a diventare il sosia di Renato Pozzetto.
Insomma, con un cast stellare dalla sua parte, la presenza di un fisico teorico e 165 milioni di dollari di budget (già ne ha incassati 327), Interstellar è un film assolutamente spettacolare, che garantisce un esperienza visiva unica (fortunatamente ci risparmia il fastidiosissimo 3D) e assicura un intrattenimento che riempie il cuore di emozioni e le orecchie di piacere grazie ad una sorprendete colonna sonora di Hans Zimmer.
Mi dispiace per i nerd che si aspettavano un film da nerd, ma a me questo Interstellar è piaciuto proprio tanto, qualche difetto l'ho trovato pure io (mi spiegate il senso della scena con loro che trovano la sonda e la inseguono per i campi di grano?), ma dopo la bella esperienza che mi ha regalato, son disposto a chiudere un occhio e battere le mani ancora una volta.

17.11.14

Battle Royale [recensione]


Battle Royale è un film che ho visto per caso, dopo aver digitato in modo annoiato su google "film horror da vedere" e verrebbe da chiedersi per quale motivo uno dovrebbe perdere tempo a guardare una pellicola del 2000, girata da un regista giapponese e con tutti attori giapponesi e la ragione è semplice: il fortunatissimo romanzo Hunger Games è una copia di questo Battle Royale
Apriti cielo.
No veramente, l'ormai miliardaria scrittrice statunitense Suzanne Collins è stata molto brava a rielaborare la storia e buttarci dentro i Distretti e Capitol City ed a costruire un mondo estremamente affascinante e per certi versi romantico, ma è innegabile che il suo Hunger Games sia una scopiazzatura del romanzo Battle Royale, scritto dal giapponese Koushun Takami ed edito nel 1999; ben nove anni prima che uscisse Hunger Games.
La storia di Battle Royale racconta di un'escalation di violenza tra i giovani giapponesi; per arginarla si decide di istituire la "Battle Royale", ovvero un crudele gioco di sopravvivenza nel quale alcuni ragazzi vengono sorteggiati e piazzati su un'isola, dove devono uccidersi fin quando non rimane un solo sopravvissuto. Le similitudini con Hunger Games sono innegabili e praticamente hanno solo cambiato il nome della protagonista da 藤原 竜也 a Katniss Everdeen e per il resto anche in Hunger Games vengono sorteggiati i tributi e anche loro vengono portati su un isola e anche loro devono uccidersi fino a rimanere un solo sopravvissuto. La scrittrice americana ha dichiarato che l'idea di Hunger Games le è venuta facendo zapping in televisione e notando che il confine tra reality e notizie di cronaca si era ormai appianato e io negavo anche quando la professoressa mi trovava a copiare come un amanuense, con il compito in classe del mio compagno di banco sulle ginocchia e figuriamoci se questa confessava che il suo best seller in realtà erano delle fotocopie di Battle Royale sulle quali aveva scritto in grande il suo nome. La Collins è stata brava a trasformare un romanzo pulp in un romanzo per adolescenti, portando la storia oltre le semplici uccisioni e inserendo un messaggio di speranza che manca nel libro di Takami, ma i puristi diranno che ha infangato la storia originale con inutili cotte adolescenziali. 
Che poi il film Battle Royale è uscito al cinema nel 2000 e sono scoppiate subito enormi polemiche per l'eccessiva violenza e addirittura il parlamento giapponese ha discusso di un eventuale ritiro della pellicola e in moltissimi paesi è stato censurato e negli Stati Uniti non è proprio mai arrivato e secondo me i film di Tarantino sono molto peggio di questo, ma quando a strapparsi gli occhi senza nessuna pietà sono degli scolari adolescenti, allora tutti si preoccupano e gli viene l'ansia che anche i propri figli possano arrivare a commettere crimini simili.
Dire che Battle Royal è un film che va visto assolutamente è probabilmente esagerato, sicuramente è un film interessante, ma i tempi della cinematografia giapponese non sono di certo quelli a cui siamo abituati noi occidentali e la storia è troppo limitata al gioco di uccisioni, ma credo meriti una visione per due motivi: è stato un vero e proprio caso cinematografico in Giappone e ha ispirato Hunger Games. Che non è poco.

13.11.14

The Normal Heart - recensione


Si avvicina il primo dicembre, la giornata dedicata alla lotta contro l'AIDS/HIV e che ogni anno ci ricorda che nel mondo c'è ancora una grave malattia che silenziosamente continua a contagiare milioni di persone e solo in Italia si infettano 10 persone al giorno (dati forniti dal Centro operativo Aids dell'Istituto superiore di sanità) e l'altra sera mi son visto questo bel film che tutti dovrebbero vedere a prescindere dall'AIDS day.
The Normal Heart è un film per la televisione uscito negli Stati Uniti a maggio e quando parlo di film tv penso sempre a quelle cose tipo Favola con un Ambra Angiolini ancora adolescente e invece in America fanno dei film per la televisione che certe volte superano persino i film per il cinema e sicuramente The Normal Heart è uno di questi. Originariamente era un'opera teatrale scritta nel 1985 e però il testo fu per anni sepolto in un cassetto e venne ritirato fuori nel 2011 per essere rappresentato a Broadway e la HBO aveva già dimostrato il suo interesse, ma solo grazie all'intervento di Ryan Murphy si sono raggiunti gli accordi necessari per portarlo in tv. Che poi a me Ryan Murphy neanche mi piace; ho apprezzato tantissimo Nip/Tuck, ma non parlatemi di quella roba lamentosa di Glee o il noiosissimo American Horror Story, perché proprio non li reggo, ma qui Ryan si è dimostrato un bravo regista con un obiettivo ben preciso: spiegare come si è diffusa l'AIDS.
Il film inizia raccontando una New York dei primi anni '80; gli omosessuali hanno vinto alcune piccole battaglie e c'è chi non si sente più discriminato e riesce a vivere la propria omosessualità alla luce del sole e senza vergogna. Questo boom di emancipazione porta però anche ad un boom di promiscuità e il film si apre con delle scene decisamente spinte e immagino mia madre seduta sul divano con gli occhi sgranati mentre guarda quelli che fanno incularella e muoio di vergogna.
Ciao mamma, io assolutamente quelle cose con il sedere non le faccio. Io con i ragazzi al massimo ci parlo di arte e letteratura, ma stiamo pure seduti lontani e non ci tocchiamo mai. Magari un pompino. Ma giusto se è proprio bono. Torniamo al film che è meglio.
Ci sono questi che scopano un po' ovunque e molti ragazzi iniziano a morire e si dà la colpa a una nuova malattia che distrugge il sistema immunitario e che presto prenderà il nome di "cancro degli omosessuali". Insieme alla malattia si diffonde nuovamente l'omofobia, perché gli omosessuali furono i primi ad ammalarsi e il film racconta benissimo di come sia il Governo che i Media fecero per lungo tempo finta di nulla, come se quel "cancro" fosse una giusta punizione per chi decideva di praticare il sesso gay.
Oggi sappiamo che in realtà la malattia riguarda tutti e non solo i sodomiti e tutti dobbiamo stare attenti nei rapporti occasionali.
Per attirare e incuriosire il pubblico a vedere questo film, ingaggiano un cast veramente stellare e il protagonista è Mark Ruffalo, che per chi non lo sapesse è l'attuale Hulk dei vari film Marvel e poi c'è la bravissima Julia Robers che tutti conosciamo per Pretty Woman e Pretty Woman e... scherzi a parte, oltre ad aver fatto Pretty Woman e Mystic Pizza ha anche vinto un Oscar per il film Erin Brockovich. Ci sono poi una serie di attori che alzano il livello di bonaggine tipo Taylor Kitsch che fu il protagonista del mio telefilm preferito Friday Night Lights e se non lo avete ancora visto scaricatevi tutte le puntate e poi c'è Jonathan Groff che è il protagonista imbranato del telefilm Looking che finalmente tornerà a gennaio e poi c'è Matt Bomer di White Collar e che abbiamo visto nudo in quel "filmone" che fu Magic Mike e per finire c'è Jim Parsons il ragazzetto Big Bang Theory, ma lui non lo metterei nella lista degli scopabili.
The Normal Heart è un bel film che sa dosare i tempi e riesce a trattare un tema francamente strappalacrime trasformandolo in una storia interessante e drammatica, che lascia il segno senza mai scadere nel patetico. È un film con un grande valore sociale che riapre ancora una volta il dibattito sull'AIDS e l'HIV, perché anche se son trascorsi 30 anni e anche se la medicina ha fatto enormi passi avanti e ci sono cure che riescono quasi a ridurre a zero la carica virale, l'HIV rimane un virus che debilita il corpo umano e dobbiamo continuare a prevenirla e il preservativo si dimostra ancora una volta il nostro principale alleato.
Meritato l'Emmy vinto da Ryan Murphy e ottima l'interpretazione di Matt Bomer. Se sul grande schermo abbiamo avuto l'esempio di Tom Hanks e il suo Philadelphia e il recentissimo Dallas Buyers Club con Jared Leto e Matthew David McConaughey, ma questo The Normal Heart è un ottimo film per la tv, veramente imperdibile.

6.11.14

Dracula Untold [recensione]


Dopo l'ondata di vampiri che ha travolto i cinema e la televisione, dai Twilight che non avevano mai dato il primo bacio, ai True Blod che ogni scusa è buona per rimanere a chiappe all'aria, fino agli horror sbudellanti tipo 30 giorni di Buio, la Universal Picture prova a giocare l'asso di bastoni, tirando fuori il film sul padre di tutti i vampiri: Dracula.
L'idea è quella di partire con una nuova saga di quelle che sbancano il botteghino e poi non ce ne liberiamo fin quando il pubblico non si è definitivamente stufato e il personaggio non è stato spremuto fino in fondo. Una specie di Resident Evil versione succhia sangue per intenderci. Per far questo, decidono di ripartire da zero e raccontare di come il conte Vlad è diventato Dracula e tipo che prendono in prestito il conte Vlad III esistito veramente e vissuto nel 1431 in Transylvania, sfruttano la sua macabra storia di principe guerriero che combatte i mussulmani dell'Impero Ottomano e fondendola con quella del Dracula di Bram Stoker scritto nel 1897. Il risultato è un film che ha ottenuto moltissime critiche in patria, ma tipo che l'hanno definito una poveracciata alla Blade in salsa X-Men del quale non ce ne era assolutamente bisogno e io invece credo che se questo film ha una pecca è solo quella di aver affidato la regia ad uno sconosciuto esordiente, che probabilmente fino a ieri lavorava come fotografo ai matrimoni di paese e che non si sa per quale motivo è stato scelto dalla Universal per dirigere questo film. La sua inesperienza dietro la macchina da presa un po' si sente, ma per il resto Dracula Untold è un buon film, con una storia interessante che spazia dall'avventura, al dark-fantasy, al sentimentale. Ok per certi versi questo Conte Vlad sembra un po' l'uomo pipistrello di Nolan ed effettivamente anche la locandina con il mantello che si trasforma in pipistrelli ricorda decisamente il Cavaliere Oscuro, ma io ho apprezzato quest'idea di mostrare Dracula come un semplice uomo, che per salvare la sua terra e la sua famiglia decide di passare al lato oscuro. Voglio dire, la sua trasformazione è sicuramente molto più credibile di quella messa in scena per la Maleficent della Disney.
Luke Evans è l'attore scelto per interpretare il Conte Vlad e, per quanto sia decisamente bono e si faccia apprezzare anche nelle scene a petto nudo, scopro che ha la mia stessa età: 35 anni. Cioè, ma anche io sembro così vecchio? Pure a me quando mi guardate mi scambiate per un dilfone ad un passo dalla pensione? No, perché questa cosa che abbiamo la stessa età mi ha un po' destabilizzato. La protagonista femminile invece è la bella Sarah Gadon, ma cosa te ne fai della bellezza quando poi hai la stessa espressione da povera crista praticamente in tutti i film? Gli altri attori sono una squadra di boni che quasi ti viene voglia di andare a vivere in Transylvania e questo ti fa capire che nel girare il film hanno puntato forse un pelo troppo sull'aspetto visivo/spettacolare piuttosto che su quello realistico/storico, ma nonostante tutto; nonostante le stroncature dei critici americani e nonostante abbiano trasformato Dracula in una sorta di supereroe, per i miei gusti il film ha superato i tre test fondamentali: Punto 1 non mi ha fatto addormentare, punto 2 in alcune sequenze mi ha emozionato, punto 3 mi ha fatto uscire dal cinema soddisfatto. Ok, non sarà il filmone che ricorderemo anche tra dieci anni, ma per me è decisamente superiore al tantissimo ciarpame che c'è in giro.

4.11.14

Guardiani della Galassia [recensione]


Ennesimo lungometraggio firmato Marvel e, anche se questa volta esploriamo un mondo completamente nuovo e che ricorda per certi versi le atmosfere di Guerre Stellari, il brodo non cambia di una virgola. Siamo infatti di nuovo di fronte ad un lungometraggio tutto spari e poche emozioni e io tutte le volte ci provo a dargli una possibilità e però ogni volta esco dal cinema fermamente convinto che questi film Marvel sono tutti uguali e potresti scambiare Ironman con Capitan America o Thor con Star-Lord e non cambierebbe proprio nulla. Il problema è che i film Marvel sono così tanto concentrati a fare combattimenti spettacolari con battute ironiche che stemperano l'azione, che alla fine si dimenticano di dare un anima ai personaggi e quindi ecco che tutti diventano intercambiabili tra loro e nessun film ha un proprio carattere che lo contraddistingue.
Questo Guardiani Della Galassia ha il pregio di disegnare uno scenario completamente nuovo e la sequenza iniziale con il bambino in ospedale e la mamma che muore e lui che viene rapito dagli alieni è veramente ben fatta e quasi fa pensare che sarà un bel film, ma invece poi tutto si appiattisce e la storia viene raccontata come se già la conoscessimo e non lo so... forse sono ritardato io... forse son stato troppe volte distratto dai pettorali di Chris Pratt... però io non ci ho capito proprio un cazzo e la trama è più complicata di un thriller russo in lingua originale, quando invece, considerato il target, dovrebbe filare liscia come un porno. 
Che poi, gli unici attori in carne ed ossa sono Chris Pratt che mi sta molto simpatico perché è un ex cicciottello che sa perfettamente cosa significa essere brutti e non come gente tipo Brad Pitt o Chris Hemsworth, che per imbruttirli bisogna usare chili di trucco ed effetti speciali da premio Oscar e poi c'è Zoe Saldana che vorrei ricordare a tutti che ha iniziato la sua carriera con quel capolavoro Crossroads - le strade della vita, al fianco di Santa Britney Spears. Che poi la Zoe deve essere simpatica come le meduse al mare, ché in un intervista si è lamentata del suo trucco verde, ché quando fece Avatar l'avevano colorata digitalmente e qui invece ha dovuto sostenere ore interminabili di trucco e poi tornava a casa e macchiava tutto e ha perfino sporcato il divano (giuro che lo ha detto veramente) e quindi niente, ogni mattina quando andava sul set le girava il culo come pale di un elicottero. Comprate un divano nuovo alla povera Zoe. Poi c'è un certo Dave Bautista che è un attore semi improvvisato perché viene dal mondo del Wrestling e quindi ciao, non so proprio chi sei e gli altri due protagonisti invece sono creati digitalmente e l'albero ha la voce di Vin Diesel, mentre il procione quella di Bradley Cooper. Ora, spiegatemi che senso ha scegliere due attori simili se poi non gli si vedono mai i pettorali. Ok, l'esperimento Her ha funzionato alla grande e tutti i maschi in sala hanno sbrodolato le mutande pensando a quella gatta morta di Scarlett Johansson, ma per questo filmetto, tanto valeva dare i soldi a due doppiatori sconosciuti e non sarebbe cambiato proprio nulla.

30.10.14

Taylor Swift - 1989 [recensione]


Quando si parla di musica country uno pensa subito ad una fattoria in legno, delle mucche in un recinto e qualcuno che suona il banjo con un cappello da cowboy in testa ed una spiga in bocca. In realtà non è proprio così; nel senso che (correggetemi se sbaglio) la differenza tra musica country e pop sta essenzialmente nel fatto che il primo utilizza strumenti acustici tipo pianoforte, chitarra, violini e roba simile, mentre il secondo si avvale anche di strumenti elettronici tipo il sintetizzatore. Per il resto direi che si può fare musica country anche senza indossare camice a quadri e andare ai rodei e quindi quando vi dico che Tayor Swift ha all'attivo la canzone country più venduta della storia (Love Story), non immaginatevela come una che è appena scesa dal toro meccanico, con gli speroni ancora ai piedi, perché le sue sono canzoni country dall'anima decisamente pop e forse proprio per questo ha vinto 7 Grammy. Suona però abbastanza bizzarro che proprio un'artista country decida di svoltare la sua carriera passando dichiaratamente al pop e inconsciamente salvi le sorti della musica americana, ormai da troppo tempo pericolosamente incastrata in un electro/dance/pop di bassissima qualità.
Il nuovo disco di Taylor Swift abbandona il country e diventa un album pop estremamente colto e raffinato, che prende spunto dagli anni '80 e li rielabora in chiave moderna. Datemi pure del pazzo, ma senza troppi giri di parole vi dico che è un disco assolutamente pazzesco. Capisco perfettamente le remore che si possono avere: "Taylor Swift chi? Quella che fa canzoncine da teenager brufolose? La vera musica pop è un'altra e oltretutto nel disco non c'è neanche un pezzo tamarro da ballare in discoteca!". Ok, avete ragione e in parte condivido l'imbarazzo che si può provare nel dire "Io ascolto Taylor Swift", ma messi da parte i pregiudizi, questo 1989 è uno dei migliori dischi degli ultimi anni. Non so se avete mai sentito nominare la canzone "...Baby One More Time", ecco fu Max Martin nel 1989 a produrla e per chi non lo conoscesse, lui è tipo un guru nel campo della musica pop e oggi quello stesso Martin lo ritroviamo in splendida forma, in quasi tutte le tracce di questo disco ed il capolavoro è servito.
Taylor Swift rischia tutto e dimostra che si può ancora sperimentare e soprattutto che si può fare ottimo pop anche senza scadere nell'ormai abusato dance/pop. Il beat coattissimo di Will.I.Am sembra finalmente un ricordo. Le altre cantati pop sono avvisate: se volete rimanere in pista dovrete aggiornarvi e questa volta è stata Taylor Swift con i suoi venticinque anni e la faccia da stronza a dettare la moda.

Welcome to New York. Da brava ragazza di campagna, il sogno di Taylor Swift è sempre stato quello di andare a vivere in una grande città come NYC e finalmente adesso si è trasferita e ha comprato un appartamentino da 20 milioni di dollari. Giusto perché aveva paura di fare la parte della poveraccia se ne spendeva di meno. Comunque ormai è diventata ufficialmente newyorkese e ha scritto questa canzone forse un pelo troppo piena di stereotipi, ma che con la giusta base synth-pop, che quasi strizza l'occhio alla migliore Robyn, diventa una vera bomba. Da notare il riferimento alla comunità LGBT quando dice che a New York sei libero di amare chi vuoi: qualche allusione al fatto che si è trovata in bocca un pelo della gatta di Lorde? ★★
Blank Space. Canzone d'amore perfettamente pop, in bilico tra Pink e Katy Perry. Funziona alla grande. ★★
Style. Taylor Swift è stata fidanzata con Harry Style degli One Direction e questa canzone che si chiama proprio "Style". Tutto fa pensare che sia stata scritta per lui. Comunque della loro storiella d'amore adolescenziale non ce ne frega un cazzo, soprattutto perché questa traccia pazzesca ricorda la stupenda colonna sonora di Drive, che poi esplode in un ipnotico ritornello. Capolavoro. ★★
Out of the Woods. Riferimenti anni '80 per questa canzone che potrebbe tranquillamente stare in un disco dei Chvrches senza sfigurare. Una delle mie preferite.  ★★
All You Had to Do Was Stay. Magari sto impazzendo, ma io ci trovo un po' di Annie Lennox in questa All You Had to Do Was Stay★★
Shake It Off. Possiamo fare gli spocchiosi quanto ci pare, ma Shake It Off è un pezzo pop perfetto e per quanto sia dichiaratamente scemo, ti entra dentro e ti costringe a scuotere il culo peggio di Niki Minaj. Tra parentesi, il video è perfino divertente, ma Taylor Swift proprio non ce la fa a risultare anche simpatica. Ciao Taylor cancellami da Twitter come fai con tutti quelli che ti fanno incazzare. ★★
I Wish You Would. Ancora un pezzo synth-pop con una struttura molto solida e che magari ce ne fossero di canzoni così! ★★
Bad Blood. Pezzo dedicato a Katy Perry e tipo che ogni volta che Taylor Swift litiga con qualcuno, come prima cosa lo cancella da Twitter e poi ci scrive una canzone per sputtanarlo. È stato così per Selena Gomez alla quale ha dedicato praticamente tutto un album pieno zeppo di odio, solo perché quella poveraccia s'era fidanzata con Justin Bieber e a Taylor sta terribilmente sul cazzo Justin Bieber e stavolta è il turno di Katy Perry, che non ho capito per quale motivo hanno discusso, ma è subito corsa a casa a scrivere una canzone contro di lei. Memorabile la strofa: "Mi hai chiesto scusa solo per lo Show". Promemoria: non litigare mai con Taylor Swift. ★★
Wildest Dreams. Primo passo falso del disco, nel senso che Wildest Dreams ricorda troppo una canzone a caso di Lana Del Rey e, anche se Taylor non fa la voce finta depressa tipica della Del Ray, il risultato è proprio poco convincente. ★★
How You Get the Girl. Si abbandonano le atmosfere elettroniche per tornare quasi alle origini country. Tutto funziona bene, ma sa di sentito mille volte. ★★
This Love. La traccia più romantica del disco, di quelle che mi immagino i pomeriggi d'inverno ad ascoltarla sdraiato sul letto e con le lacrime che scendono sulle guance. Ricorda vagamente I Miss You di Beyoncé, ma è cento volte più noiosa. ★★
I Know Places. Pezzo katyperriano che non aggiunge nulla di interessante al disco, ma che comunque si lascia ascoltare. ★★
Clean. Ultima traccia dell'album e per l'occasione Taylor collabora con Imogen Heap, famosa per la canzone Hide and Seek, ma anche per esser stata la voce femminile del gruppo Frou Frou. ★★
Wonderland. Edizione deluxe arricchita da tre tracce e sembra proprio che la Taylor abbia voluto mettere tracce interessantissime e non fare le solite cose riempitive con gli scarti di dieci anni fa. ★★
You R in Love. Suona quasi come un indie pop questa You R Love e funziona benissimo. ★★
New Romantics. Ultimo pezzo e questa volta siamo giunti veramente alla fine del disco e ancora una volta abbiamo una traccia prodotta da Max Martin e ancora una volta è una buonissima traccia. Brava Taylor, bravi tutti. Voglio ascoltare questo disco per sempre. ★★

27.10.14

Boyhood [recensione]


C'è stato un momento nella vita di ognuno di noi, durante il quale siamo stati inguardabili, con il naso grosso, il fisico a stecchino o ciccioni come palloni, sempre arrabbiati con il mondo, silenziosi e alla ricerca di qualcuno che ci capisse veramente e quel periodo si chiama adolescenza e inutile negarlo: ci siamo passati tutti. La bella notizia e che dall'adolescenza si esce abbastanza velocemente, la brutta è che spesso quello che viene dopo è anche peggio dei brufoli in faccia il giorno del primo appuntamento.
Il nuovo film di Richard Linklater, parla proprio di questo: del trascorrere del tempo e poco importa se il film dura due ore e mezza e non succede praticamente nulla per tutto il tempo, perché questo "nulla" è lo specchio della nostra vita. Giorno dopo giorno, che si ripete per tutta la nostra esistenza.
L'argomento era stato già in parte affrontato in quei tre piccoli capolavori che sono Before Sunrise, Before Sunset e Before Midnight, che uno magari pensa che sono stati dei semplici film romantici, dove il primo ha ottenuto molto successo e di seguito hanno fatto gli altri come fossero uno Scuola di Polizia qualunque e invece il progetto è molto più ambizioso e vuole raccontare l'umanità senza filtri, come se i due protagonisti non fossero due attori, ma due persone comuni che a distanza di molti anni si ritrovano e raccontano nuovamente la loro storia e con essa lo scorrere del tempo. Boyhood riprende quest'idea, portandola al livello successivo e aggiudicandosi a mio parere il titolo di capolavoro, perché l'intero film è iniziato nel 2002 e si è concluso nel 2014 e in questo lasso di tempo il regista ha riunito di anno in anno l'intera troup e gli attori e tutti, per far sì che la macchina da presa cogliesse le trasformazioni fisiche dei protagonisti e raccontasse realmente la loro storia immersa in quel determinato tempo. Una sorta di cinema d'autore che incontra il reality show e che mostra ad esempio l'invecchiamento di Patricia Arquette, che ingrassa ogni anno di più fino a diventare larga come una caldaia (ma se seguivate il telefilm Medium, questo lo sapevate già) e poi c'è Ethan Hawke che pure lui si invecchia senza bisogno di usare trucco o artifici di vario genere, ma la trasformazione più interessante è ovviamente quella del bambino protagonista, che cresce fino a diventare diciannovenne. Poi vabbè, standing ovation per la sorella del bambino, ché in dodici anni di vita non ha azzeccato un taglio di capelli e credo che neanche li abbia mai lavati. Da antologia la scena in cui canta tutta una strofa di Oops!... I Did it Again, a dimostrazione del fatto che nel bene o nel male Britney Spears ha segnato un'intera generazione e c'è l'attesa per l'uscita del nuovo libro di Harry Potter e perfino la colonna sonora contribuisce a raccontare gli anni che scorrono, iniziando con la Yellow dei Coldplay e finendo con Deep Blue degli Arcade Fire e tutto è spontaneo e ogni dettaglio racconta il passare del tempo.
Boyhood è un film di innegabile originalità, che racconta una storia, ma soprattutto ci pone d'innanzi ad uno specchio per puntare su di noi l'obiettivo e farci riflettere sul nostro ruolo di figli, genitori, fratelli o sorelle.
Sento puzza di un meritatissimo Oscar e correte a vederlo subito, perché come spesso purtroppo accade, i film di questo tipo rimangono in sala il tempo di uno starnuto, per permettere ai blockbuster tipo Guardiani della Galassia, di riempire le casse.